Studenti e ricercatori

Prosegue l'emorragia di docenti universitari: in 7 anni -30% di ordinari, -17% di associati

di Eugenio Bruno

L'istruzione universitaria italiana arranca. In tutte le sue principali componenti. Al progressivo calo degli immatricolati registrato negli ultimi anni e alla quota ancora troppo bassa di laureati si aggiunge una vera e propria emorragia di docenti. Dal 2008 al 2014 il numero dei professori ordinari è calato del 30% , quello degli associati del 17%. A lanciare l'allarme è un dossier del Consiglio universitario nazional e (Cun) che avverte: se non s'inverte la rotta sarà il collasso. In assenza di interventi, infatti, nel 2018 il crollo dei professori toccherà il 50 per cento.

I numeri dell'emergenza
Il numero dei docenti universitari in Italia continua a calare. Negli ultimi 7 anni la riduzione dei finanziamenti, il blocco del turnover dei concorsi e l'abbassamento dell'età pensionabile hanno provocato un crollo verticale del 30% dei professori ordinari e del 17% degli associati. La fascia dei ricercatori è ad esaurimento da alcuni anni. Ed è un crollo che supera ampiamente la diminuzione del numero degli studenti. È l'allarme lanciato dal presidente del Cun, Andrea Lenzi, che si attende «una ulteriore pesante contrazione del corpo docente». In assenza di provvedimenti, secondo le proiezioni del Consiglio universitario nazionale, entro il 2018 i professori ordinari caleranno del 50 per cento. Nel 2018 infatti saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, anche a causa del pensionamento di 4.400 docenti. Gli associati, invece, caleranno del 27%: nel 2018 13.278, a causa di 2.552 cessazioni, a fronte dei 18.225 del 2008. Complessivamente nel 2018 ci saranno 9.463 professori universitari in meno. Senza dimenticare la riduzione del 10 % che colpirebbe il personale amministrativo degli atenei.

Il paragone con il resto dell'Europa
Se il quadro non cambierà - spiega ancora Lenzi - fra 4 anni arriveremo a un «dimezzamento dei professori ordinari e ad una contrazione fortissima delle altre fasce dei docenti, per mancanza di risorse per la progressione di carriera, tale da rendere improponibile la corretta gestione e lo sviluppo di un sistema universitario così complesso e articolato come il nostro spingendo l'Italia in direzione opposta alla tendenza in atto negli altri Paesi». Al momento i professori delle università italiane sono il 25% in meno della media europea. Da qui l'appello al ministro Giannini a «trovare, anche grazie alle analisi e proposte del Cun, gli spazi politici e le compatibilità finanziarie che consentano di reperire le risorse necessarie ad una ripresa e, a questo punto, per la sopravvivenza del sistema».

Le richieste del Cun
Per mettere in sicurezza il sistema universitario sono necessarie, da qui al 2018, 6.000 assunzioni di professori ordinari e 14.000 di associati, oltre che il reclutamento di ricercatori a tempo determinato e del personale tecnico amministrativo. A tal proposito il chiede che sia dato corso a una prima tranche di 4.000 assunzioni di ordinari e 10.000 associati nel triennio 2014-2016. Con una seconda tranche da realizzare nel biennio successivo. Entro il 2016, inoltre, andrebbero reclutati almeno 9.000 ricercatori a tempo determinato. Nell'ottica di avere un corpo docente auto-sostenibile finanziariamente, a regime, i risparmi per le cessazioni andrebbero a compensare le spese per le nuove assunzioni e per gli scatti stipendiali, al netto dell'inflazione. A questa proposta segue anche l'auspicio che venga anticipata al 2015 la possibilità di utilizzare il turn over al 100% e che venga abolito il sistema dei "punti organico" in favore di un vincolo esclusivamente budgetario sulle risorse per il personale, che obblighi le università a utilizzare le risorse liberatesi con i pensionamenti solo dopo aver effettuato l'accantonamento preliminare delle risorse necessarie per la copertura (annua) degli incrementi stipendiali del personale in servizio (al netto dell'inflazione). Con un costo complessivo di 400 milioni di euro. Una cifra - fa notare il Cun - che corrisponde al 6% dell'attuale fondo di finanziamento delle università.


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