Studenti e ricercatori

Isfol: il dottorato all'estero fa guadagnare di più

di Claudio Tucci

Buste paga puù pesanti per i dottori di ricerca italiani che decidono di andare a lavorare all'estero. Si guadagna in media il 50% in più di chi non ha intrapreso percorsi di mobilità. Lo rileva una indagine Isfol condotta su un vasto campione di individui che hanno conseguito il dottorato nel 2006 e sono stati intervistati sei anni dopo. A fronte di un reddito medio annuo dei dottori di ricerca pari a 20.085 euro netti, chi sceglie di lasciare l'Italia percepisce circa 10mila euro in più (con un reddito medio di 29.022 euro). Un vantaggio retributivo si riscontra, pur se in forma minore, anche per coloro che affrontano percorsi di mobilità geografica all'interno del territorio nazionale (con un reddito medio di 20.524 euro, contro i 19.180 euro di chi non si muove affatto).

Retribuzione più elevate per gli uomini
Secondo la ricerca tra gli altri fattori che determinano disparità di reddito particolarmente rilevanti emerge il peso della dimensione di genere: i dottori di ricerca maschi hanno retribuzioni maggiori del 19,6% rispetto alle donne, così come si rileva in generale nel mercato del lavoro italiano. Dal punto di vista contrattuale, essere un lavoratore dipendente a tempo indeterminato permette di raggiungere una retribuzione dell'11% superiore rispetto a chi svolge un lavoro su basi autonome. Viceversa i lavoratori dipendenti a tempo determinato hanno una riduzione dei salari del 10% se paragonati agli autonomi. La contrazione è addirittura del 22% laddove la forma contrattuale sia una collaborazione o un lavoro a progetto. Trova inoltre conferma il forte peso dell'esperienza lavorativa, a scapito dell'elevato titolo di studio posseduto: coloro che svolgono il medesimo lavoro da prima del conseguimento del titolo hanno un reddito del 17% superiore.

Al top scienze mediche e farmaceutiche
Gli indirizzi disciplinari che generano retribuzioni più elevate riguardano scienze mediche, farmaceutiche e veterinarie (circa +7% del valore medio). All'opposto si collocano i dottori con studi umanistici e psicosociali (oltre il -16%). I dottori che svolgono professioni mediamente qualificate presentano retribuzioni inferiori sia a coloro che lavorano in professioni tecniche sia soprattutto a quanti lavorano in professioni high-skill (rispettivamente -6% e -20,5%). La maggior parte dei dottori di ricerca risulta impiegata nel settore pubblico. Tuttavia lavorare nel privato fa aumentare le retribuzioni medie dei dottori di circa 9 punti percentuali. A distanza di circa sei anni dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione raggiunge il 92,5% (per chi va all'estero si arriva al 95,4%). Il tasso di disoccupazione è del 2,1% (2% se all'estero). Il tasso di inattività è del 5,4% (2,6% se all'estero). Vi è una netta prevalenza del lavoro dipendente (65%), con un 47,5% a tempo indeterminato e un 17,6% a tempo determinato. Il 20,6% ha un contratto di collaborazione e il 10,6% è libero professionista. Per i dottori di ricerca che sono emigrati in un altro Stato si evidenzia una maggiore concentrazione in forme contrattuali di natura flessibile: circa il 30% ha un contratto a tempo determinato e il 27% di collaborazione. I dottori che si sono trasferiti all'interno del territorio italiano mostrano invece un più elevato inserimento professionale con contratti permanenti (52%). E ancora: il 65% degli occupati svolge attività di ricerca, in coerenza con il livello di studi conseguito. La percentuale sale all'86% per chi va all'estero. L'88% dei dottori occupati afferma di essere molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro. Per chi è andato all'estero il valore arriva al 97%.


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