Studenti e ricercatori

Medici specializzandi, chiarimenti sulla decorrenza del nuovo trattamento economico

di Andrea Alberto Moramarco

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L'obbligo di una adeguata remunerazione per i medici specializzandi è previsto nelle direttive 75/362, 75/363 e 87/76 ed è stato attuato dallo Stato italiano con il Dlgs 257/1991, con la fissazione di una borsa di studio il cui importo è da considerarsi adeguato. La direttiva 93/16, successiva a tale decreto, è un mero testo compilativo a carattere non innovativo e non ha previsto un nuovo obbligo per l'Italia di aumentare il compenso per gli specializzandi. A chiarirlo è la Cassazione con l'ordinanza 6355, depositata ieri, con la quale i giudici di legittimità precisano, altresì, che la previsione di un trattamento economico più elevato per i medici specializzandi, a partire dall'anno accademico 2006/2007 in coincidenza con la riorganizzazione delle scuole di specializzazione, prevista dal Dlgs 368/1999, non costituisce recepimento di obblighi comunitari e non comporta l'estensione del nuovo trattamento a coloro che hanno frequentato le scuole negli anni accademici anteriori.


Il caso
La controversia sorge in seguito alla richiesta, da parte di un medico che aveva frequentato tra il 1999 e il 2006 un corso di specializzazione presso l'Università degli Studi dell'Aquila, della differenza economica tra la borsa di studio percepita, pari a circa 12 mila euro annui prevista dal D.lgs. 257/1991, e il compenso fissato dal D.lgs. 368/1999, con il quale il legislatore aveva riorganizzato il sistema di formazione degli specializzandi e previsto una retribuzione più elevata a partire dall'anno accademico 2006/2007.
Lo specializzando fondava la sua richiesta sull'assunto che il legislatore italiano avrebbe recepito le direttive comunitarie che impongono il riconoscimento ai medici specializzandi di una adeguata remunerazione soltanto con il decreto del 1999, provvedimento che aveva differito la concreta operatività degli effetti economici della riforma all'anno accademico 2006/2007, dopo cioè il termine del periodo di studi dello specializzando. Pertanto, gli specializzandi che avevano negli anni accademici anteriori percepito un compenso inferiore avrebbero il diritto alla differenza retributiva. I giudici di merito condividevano tale impostazione e condannavano la Presidenza del Consiglio dei Ministri, assieme al Miur e ai Ministeri della Sanità e dell'Economia e delle Finanze, al pagamento della differenza economica.


La decisione
La questione arriva così in Cassazione dove tutti gli enti coinvolti sottolineano l'errore nella ricostruzione delle tappe normative della vicenda da parte del Tribunale e della Corte d'appello. E la Suprema corte accoglie la doglianza ribaltando il verdetto e sottolineando l'errore di fondo commesso dai giudici di merito. Ebbene, spiega il Collegio, il diritto degli specializzandi a ricevere una adeguata remunerazione è stato previsto dalle direttive 75/362, 75/363 e 87/76, recepite con il D.lgs. 257/1991 con l'introduzione della relativa borsa di studio. La direttiva 93/16, invece, si è limitata a recepire e riprodurre senza alcuna modifica il contenuto delle precedenti direttive, costituendo «un testo meramente compilativo, di coordinamento e aggiornamento delle precedenti disposizioni comunitarie già vigenti», non avendo, perciò, carattere innovativo circa la misura dei compensi da riconoscere agli specializzandi. Il fatto che con il D.lgs. 368/1999 il legislatore abbia aumentato l'importo, articolandolo in una quota fissa e una quota variabile, non è legato a particolari obblighi comunitari, bensì dipende da una libera e discrezionale scelta legislativa, legata anche alla riorganizzazione degli stessi corsi di specializzazione, che non determina l'estensione del nuovo trattamento a coloro che hanno frequentato le scuole negli anni accademici anteriori all'anno 2006/2007.


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