Studenti e ricercatori

Se la buona ricerca fa rima con buoni laureati (e buoni atenei)

di Mauro Bove*

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Negli ultimi anni l’università italiana, sposando il principio della c.d. autonomia, ha visto mutare le regole del reclutamento dei docenti ed i meccanismi di governo e di finanziamento degli atenei. Questo sistema, in teoria finalizzato alla ricerca di una valorizzazione del merito attraverso l’immissione di elementi di concorrenza , ha in realtà determinato delle conseguenze negative. Il personale docente è mediamente dequalificato, perché sono prevalse logiche localistiche. Mentre sul piano dei finanziamenti, la capacità di drenare risorse esterne al sistema è assai limitata e comunque non eguale per tutte le aree scientifiche.

La ricerca umanistica
In un contesto di generale depauperamento del sistema, si è, inoltre, assistito ad una sempre maggiore marginalizzazione delle aree umanistiche, perché in questo ambito la capacità di attingere a fondi esterni è assai scarsa. Con la duplice conseguenza che, per un verso, le aree umanistiche finiscono per diventare una sorta di “zavorra”, le cui carenze devono essere colmate dalle arre scientifiche e, per altro verso, la ripartizione delle risorse all'interno di ogni ateneo sconta inevitabilmente questa sperequazione. Sarebbe ormai tempo di prendere atto delle evidenti differenze tra aree umanistiche ed aree scientifiche sia per quanto riguarda la ricerca sia per quanto riguarda la didattica.
La ricerca umanistica incentrata sull'uomo e sull'analisi del suo foro interno, nella storia e nel momento presente, produce elaborazioni sulle evoluzioni culturali delle società: essa è incentrata sul “pensiero”, sui valori, sull'etica, sulla psicologia, per cui i suoi c.d. “prodotti” hanno difficilmente una qualche valenza commerciale. Inoltre questa ricerca è fatta normalmente in solitudine, caratterizzata dalla riflessione del singolo ricercatore sulla base di supporti cartacei. Una simile ricerca ha costi legati essenzialmente alla dotazione di solide biblioteche e i suoi frutti sono, per un verso, scarsamente “misurabili” in base a riscontri concreti e, per altro verso, poco appetibili nel mercato.
La ricerca nelle aree scientifiche, più legata al “fare”, ha ricadute tecnico-pratiche precise ed i suoi prodotti sono “misurabili”, perché hanno riscontri concreti in ordine alla funzionalità delle teorie costruite. Essa, strutturata in gruppi, è fortemente legata al mondo imprenditoriale ed è assai più costosa della ricerca umanistica.
Anche la modalità d'insegnamento nelle varie aree cambia. Si pensi solo all'importanza del laboratorio nelle aree scientifiche, che scema nell'insegnamento nell'ambito delle aree umanistiche. Oltretutto nelle aree umanistiche tradizionalmente non esiste un accesso a numero programmato, per cui criteri di valutazione della didattica incentrati sull'esigenza di evitare lo sperpero di patrimonio umano rischiano di ingenerare processi poco virtuosi.
Forse sarebbe ora di abbandonare l'idea generalista dell'università degli studi. Per fare solo due esempi, non sarebbe sbagliato rendere del tutto autonome facoltà come quella di medicina, da riportare nella sfera del ministero della salute, e quella di giurisprudenza, da riportare nella sfera di influenza del ministero di grazia e giustizia. O, più in generale, si potrebbe attingere a due modelli diversi.
Le aree umanistiche, più bisognose dello Stato, potrebbero seguire un modello “istituzionale” e centralizzato, con programmi in gran parte predefiniti, con meccanismi di finanziamento statali, con una governance istituzionale e rappresentativa, con una forte spinta al merito attraverso il ripristino di concorsi nazionali (veri!), sconfiggendo le piccole baronie locali.
Nelle aree scientifiche si può pretendere competizione secondo logiche del mercato, in base ad un modello misto, il cui strumento può essere ad esempio quello della fondazione, caratterizzato da una forte autonomia. Lo Stato dovrebbe qui avere un intervento minimo. In un simile contesto ha certamente poco senso il valore legale del titolo di studio, perché questo sistema misto sarebbe fondato essenzialmente sulla concorrenza. In questo modello la governance dovrebbe avere caratteristiche più imprenditoriali e manageriali.

La valutazione del merito
Quanto alla valutazione del merito, se il sistema precedente era fortemente improntato a meccanismi burocratici centrali (che spesso funzionavo!), oggi, provincializzandosi, l'apparenza nasconde un sostanziale abbassamento del livello.
A questo sistema si pensa di far fronte mantenendo un accesso locale e garantendo il tutto con meccanismi di valutazione burocratici centralizzati, che dovrebbero seguire c.d. criteri oggettivi.
Ma, i c.d. criteri oggettivi rischiano di diventare semplicemente criteri quantitativi o comunque formali (come ad esempio quello che guarda al tipo di rivista in cui un prodotto viene pubblicato), che difficilmente possono individuare il valore delle cose.
La valutazione, in realtà, può essere fatta o dai membri stessi della materia o dal mercato.
Nelle aree scientifiche è possibile e ragionevole immaginare che la valutazione la faccia il mercato. Ogni ateneo potrà organizzarsi come meglio crede, tracciando sue linee programmatiche di ricerca e sue scelte didattiche e per far ciò potrà scegliere i ricercatori e i docenti secondo suoi criteri. La bontà o meno delle scelte non dovrebbe essere valutata da un organo burocratico, le cui modalità di operatività non potranno mai avere alcuna garanzia di obiettività, ma semplicemente dal mercato, a cui stretto contatto quella ricerca e quella didattica sarebbero svolte.
Nelle aree umanistiche, invece, in un sistema a diritto amministrativo razionalizzato e controllato dallo Stato, l'unica valutazione che possa avere un senso è quella sui singoli, non sui gruppi o sulle strutture, perché la ricerca non procede per gruppi o strutture, ma solo (o comunque normalmente) individualmente, da demandare ai maggiorenti della materia. Questo “tornare indietro” nelle aree umanistiche non deve spaventare, perché il sistema precedente in queste aree aveva fornito buoni risultati.
In conclusione, se l’obiettivo è quello di avere buona ricerca e buoni laureati, volendo con onestà valorizzare il merito, bisogna riconoscere le diversità. Il merito si valorizza nelle aree umanistiche seguendo i tradizionali principi della buona amministrazione. Invece esso si valorizza nelle aree scientifiche affidandosi maggiormente al mercato.
Non volere riconoscere le inevitabili differenze significa continuare a seguire modelli, quale quello che emerge nelle nostre ultime leggi, che non scelgono mai veramente una via chiara e coerente (tra un modello istituzionale ed un modello misto di tipo manageriale). E significa anche continuare a costringere le diverse aree ad una convivenza che, se è stata difficile in questi anni, potrebbe diventare impossibile nell'immediato futuro.

*L’autore è professore ordinario di diritto processuale civile
Già Preside della Facoltà di Giurisprudenza
Università di Perugia e attualmente membro del CDA della medesima Università


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