Studenti e ricercatori

La Bocconi si conferma al top per Business & Management

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L’università Bocconi di Milano è salita al decimo posto in Business & Management e guadagna sei posizioni in Scienze Sociali e Management, piazzandosi all’undicesimo posto, mentre mantiene il sedicesimo posto in Contabilità e Finanza.

«Un ottimo risultato, che ci inorgoglisce e che ci ripaga degli investimenti che stiamo facendo in questi anni sul capitale umano - spiega il rettore della Bocconi Gianmario Verona -. Ora stiamo cercando di valorizzare ancora di più i nuovi servizi per i nostri studenti per quanto riguarda il mercato del lavoro, quindi oltre che su tutta l’infrastruttura che permette di avere tempi record dal punto di vista delle assunzioni, stiamo investendo sulle nuove competenze cruciali in questi anni. Crediamo molto nel mondo del data science, così come nelle skill comportamentali che aiutano i ragazzi ad entrare subito in azienda e avere un atteggiamento costruttivo e una capacità di leadership che è fondamentale. E stiamo valorizzando la loro logica di innovazione, perché i futuri manager andranno a lavorare sempre più su progetti innovativi e quindi bisogna potenziare queste attitudini. Poi stiamo cercando di mostrare che Bocconi è un’università che fa ricerca di alto profilo. Questo è importante perché diventiamo partner per le grandi aziende».

Cosa imparare dalle grandi università anglosassoni che restano in vetta alla classifica?
«Sono in testa alla classifica perché l'università è nata in Italia e in Europa, ma poi il modello diventato dominante è quello del dopoguerra che è il modello anglosassone, dove ci si è ricordati che l’università deve innanzitutto fare ricerca per poter insegnare. In Europa purtroppo abbiamo sbilanciato il sistema solo sull’insegnamento. In realtà in un mondo che cambia velocemente la parte di ricerca è fondamentale. Il modello anglosassone rimane dominante dal punto di vista delle classifiche perché ha una capacità di investimento nella ricerca che è incredibilmente alto, ha delle risorse che le università europee e nazionali fanno fatica ad ottenere, anche perché siamo in presenza di un sistema diverso dal punto di vista del finanziamento».

La Brexit potrebbe portare dei vantaggi per il sistema universitario italiano?
«Credo che la Brexit sia un grave errore per il mercato inglese. Di conseguenza sarà un vantaggio per chi saprà approfittarne, quindi un vantaggio per l'Europa continentale e per il sistema Italia. Per riuscire ad approfittarne bisogna però mostrare una certa flessibilità, quindi offrire corsi in lingua inglese (su cui ci sono state molte polemiche) e riuscire ad attirare i talenti come ha fatto l’Inghilterra prima della Brexit. Dobbiamo cercare di approfittare di questo patrimonio che la Brexit lascia fuori, ma bisogna avere delle condizioni che agevolino il passaggio a questa generazione che non troverà più necessariamente in Inghilterra uno spazio. I ragazzi si muovono per dei programmi di studio che li vedono competitivi sul mercato, quindi vagliano con attenzione le condizioni di servizio offerte per quanto concerne i corsi. E poi i talenti sono anche il corpo docente, quindi bisogna offrire delle condizioni dal punto di vista dei team di ricerca che attirino i docenti migliori e li convinca e venire a lavorare da noi rispetto ad un Paese che le ospita meno volentieri, visto che non hanno il passaporto inglese».


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