Studenti e ricercatori

Gaudio (Sapienza): «Anche le facoltà umanistiche hanno un valore attuale»

di Maria Piera Ceci

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L’università di Roma La Sapienza, per la prima volta nella storia dei nostri atenei, è la numero uno al mondo nel QS Ranking, in particolare per Scienze dell’antichità. Ottima anche la nona posizione per Archeologia e La Sapienza compare fra le prime 50 anche per Scienze archivistiche e librarie, Fisica e astronomia e Scienze naturali.

«Ci aspettavamo di risultare in una buona posizione - ammette il rettore de La Sapienza Eugenio Gaudio - ma non di arrivare al primo posto al mondo». In un momento storico in cui i ragazzi vengono sollecitati a formarsi nelle materie scientifiche, considerate anche più appetibili per le aziende, Gaudio rivendica il valore tutto attuale delle facoltà umanistiche. «Lo sviluppo tecnologico che sia staccato da una società che abbia una profonda cultura umanistica rischia di essere un mondo più difficilmente gestibile e che rischia di allontanarsi dalle finalità dell'uomo che sono al centro dell'interesse di ciascuno di noi».

Studenti che però, anche laureandosi in università di eccellenza come La Sapienza, poi trovano difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro.
«I dati di Almalaurea ci dimostrano che in realtà i laureati sono occupati all’84,3 per cento e anche quelli del gruppo letterario trovano un’occupazione a cinque anni dalla laurea al 75 per cento, con retribuzioni mediamente superiori di quelle dei non laureati. Inoltre oggi molte aziende richiedono come gestori del capitale umano persone che abbiano una formazione umanistica, anche filosofi e letterati. Bisogna saper infatti gestire gruppi di persone. Inoltre, anche alcune lauree innovative come management non ci richiedono più solo insegnamenti come in passato nella sfera dell’economia e della giurisprudenza, ma anche sociologia comunicazione, filosofia. Questo perché la comprensione di una società in continuo movimento prescinde dalle considerazioni disciplinari strette, ma deve avere quella visione complessiva più ampia che le discipline umanistiche e la nostra storia ci consegnano».

Non crede che il passo avanti dovrebbe essere quello di agganciarsi maggiormente al mondo del lavoro, conoscendone meglio anche le necessità?
«Lo stiamo già facendo su vari campi. Si parte già prima dell’università con un orientamento importante, perché uno dei principali drammi dell’università sono gli abbandoni fra il primo e il secondo anno, dovuti a scelte non meditate da parte degli studenti. Un orientamento ben fatto che faccia capire quali sono le inclinazioni e le capacità del singolo soggetto porta ad una scelta più consapevole che si riverbera in un corso di studi più efficace. Seconda cosa il placement: in stretta collaborazione con il mondo del lavoro e dell'industria abbiamo creato una piattaforma e il centro Impresapiens, che vogliono proprio mettere in contatto il mondo dell'impresa con i curricula degli studenti. Poi abbiamo gli stage mirati nelle aziende, stage che sono sempre più frequenti. Terzo punto, abbiamo stretto una collaborazione con l'unione degli industriali per fare progetti insieme, per partecipare a bandi e costruire insieme il futuro dei nostri studenti».

Siamo in un momento politico di passaggio. Cosa chiedere al nuovo governo, qualunque esso sarà?
«Maggiore attenzione al fatto che il capitale umano, l’innovazione e l’alta qualità sono i punti di forza del nostro Paese. L’Italia sta perdendo l’industria manifatturiera, ha perso le grandi industrie come la Fiat, quindi o punta sull’alta qualità su cui siamo molto forti e sulle parti più sofisticate, come moda, industria meccanica avanzata (pensiamo alla Ferrari e all'industria aerospaziale) e ci diamo quel ruolo culturale importante nel governo di una società complessa globalizzata, oppure l’Italia perde il futuro dei propri giovani. Ed è quello che rischia di accadere. Chiediamo quindi in primo luogo una maggior attenzione all'importanza che ha la formazione nel nostro Paese: troppo speso è passato il messaggio per cui studiare non è così importante. Invece oggi è più importante di ieri. Secondo punto: maggior investimento in ricerca, cultura e formazione. Com’è noto abbiamo investimenti che sono la metà rispetto a quelli degli altri Paesi europei con cui ci troviamo a competere e abbiamo un numero di studiosi e ricercatori che è la metà rispetto ad esempio a quelli che esistono in Germania e Francia. Terza cosa che chiedo: un investimento mirato sui giovani per farli entrare subito nel mondo della ricerca e della tecnologia avanzata con un investimento specifico. Questo per non perdere una generazione che è più europea della nostra (i nostri giovani vanno in Erasmus, conoscono il mondo e le lingue) e per mettere questa ricchezza al servizio del paese».


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