Studenti e ricercatori

Al via piano del Miur da 2200 ricercatori, il 50% è al Sud

di Marzio Bartoloni

Una boccata d’ossigeno per le Università e gli enti di ricerca. È il mini piano di assunzione di 2.200 giovani ricercatori, di cui circa la metà - oltre 900 cervelli - destinato al Sud, più penalizzato in questi anni dai tagli generalizzati ai fondi e soprattutto dai criteri “premiali” introdotti con la riforma Gelmini che hanno travasato molte risorse negli atenei del Nord. Non è il piano straordinario da 10mila ricercatori spesso invocato (anche in campagna elettorale in questi giorni da alcuni partiti), ma quello varato ieri in extremis dalla ministra dell’Istruzione, Università e ricerca, Valeria Fedeli, è un segnale per la Cenerentola italiana della nostra Pa che almeno a livello accademico tra il 2008 e il 2016 ha visto calare il personale scientifico di 13.887 unità (il 20%), a causa in particolare del blocco del turn over e del taglio delle risorse - quasi un miliardo in meno dal 2008, su oltre sette, con una mini risalita negli ultimi due anni - e che conta soltanto 20 professori ordinari sotto i 40 anni su 13mila docenti (il personale universitario ha un’età media di 53 anni ).

Firmati i decreti
Il piano varato ieri dal Miur è in buona parte l’attuazione dell’ultima legge di bilancio che ha previsto le risorse per assumere 1.305 ricercatori nelle Università e altri 308 posti a tempo indeterminato negli enti di ricerca. Un segnale appunto che replica quello della manovra di due anni fa quando si varò un piano di mille ricercatori (misura poi purtroppo non replicata nella legge di stabilità dell’anno successivo). Ieri il Miur ha anche pubblicato il bando Pon da 110 milioni che consentirà di attivare altri 600 posti di ricercatore (triennali) a tempo determinato tutti riservati agli atenei meridionali. «È una decisione strategica, che guarda al futuro, alla nostra capacità di competere nello scenario internazionale - sottolinea la ministra Valeria Fedeli -. Lo scopo è favorire l’attrazione e il rientro delle giovani ricercatrici e dei giovani ricercatori dall’estero. In una società della conoscenza, come quella in cui viviamo, fare investimenti in ricerca è fondamentale. Lo abbiamo ribadito in più occasioni, ma abbiamo anche agito in modo concreto stanziando risorse consistenti. Garantendo peraltro, per la prima volta, un finanziamento da 400 milioni, il più alto di sempre, per la ricerca di base (il bando Prin, ndr). È stato avviato un lavoro importante che mi auguro possa proseguire anche nei prossimi anni».

Come funziona il piano
In particolare per le assunzioni nelle Università sono previsti 12 milioni di stanziamento per il 2018 e altri 76,5 a partire dal 2019 per il reclutamento di 1.305 ricercatori di tipo «B», quelli più “pregiati” perché possono ambire alla cattedra e infatti si stanziano le risorse per il loro consolidamento a docente alla fine del contratto triennale, una volta ottenuta l’abilitazione scientifica per la posizione di professore di seconda fascia. I posti saranno ripartiti in base a criteri non proprio semplici che puntano anche, tra le altre cose, a “risarcire” parzialmente il Sud recentemente penalizzato dalla maxi assegnazione di fondi per la ricerca (1,35 miliardi in cinque anni) ai 180 dipartimenti di eccellenza finiti quasi per il 90% al Centro Nord. Secondo il decreto firmato ieri una quota fissa fra 2 e 10 ricercatori è assicurata a ogni ateneo in base alle dimensioni; una ulteriore quota di 2 ricercatori è attribuita ai 172 dipartimenti che hanno partecipato alla selezione, ma che non sono risultati fra i 180 d’eccellenza; 327 posti sono divisi sulla base della valutazione della qualità della ricerca (la Vqr dell’Anvur 2011-2014) e 326 posti, infine, distribuiti considerando sia la quantità di ricercatori già in servizio, sia la loro percentuale rispetto al resto della docenza. Tra i primi cinque atenei che ne conquistano di più ci sono: Bologna (75), Sapienza di Roma (68), Padova (65), Federico II di Napoli (64) e Torino (55). Di tutto questo contingente di 1.305 ricercatori il Sud ne conquista in tutto 352 che salgono a quasi mille grazie agli altri 600 posti da ricercatore di tipo «A» (quelli, va detto, meno “pregiati” perché non aprono alla docenza) previsti dal bando Pon con 110 milioni per due interventi: il primo punta a sostenere la mobilità contrattualizzando dottori di ricerca con titolo conseguito da non più di quattro anni, da indirizzare alla mobilità internazionale (con un periodo da 6 a 15 mesi da trascorrere all’estero), la seconda punta ad attrarre al Sud giovani dottori di ricerca che abbiano già avuto un’esperienza almeno biennale presso atenei, enti di ricerca e imprese con sede all’estero.

Le reazioni
Sono positive le reazioni arrivate ieri dal mondo accademico e della ricerca. «In aggiunta a quanto già fatto con la legge di bilancio 2016 e con il finanziamento parziale delle stabilizzazioni, grazie a questo nuovo provvedimento la ricerca italiana diventa certamente più competitiva», ha detto il presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), Fernando Ferroni. Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), Massimo Inguscio: «Questo piano di reclutamento - ha rilevato - consentirà di proseguire con la selezione di personale altamente qualificato ed in linea con le aree strategiche del Cnr». Positivo anche il commento del direttore generale dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Anna Sirica, che considera il Piano «una notizia fondamentale per il mondo della ricerca» e «una bella novità per l'Asi, che ha la possibilità di ampliare le sue risorse professionali di 24 giovani tra ricercatrici e tecnologi». Per il presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane(Crui), Gaetano Manfredi, il via libera al Piano segna «un'inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni».


© RIPRODUZIONE RISERVATA