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Istat: in Italia la spesa in R&S resta sotto media Ue, concentrata in 4 regioni

La spesa in ricerca e sviluppo (R&S) in Italia, anche se aumentata durante la crisi, continua a essere inferiore a quella delle maggiori economie europee (nel 2015 all’1,3% del Pil contro una media al 2% per l’Ue), con eccezione della Spagna. Lo rileva l’Istat nel Rapporto sulla conoscenza, pubblicato ieri (clicca qui per scaricare il testo ). Circa il 60% della spesa in R&S è concentrata in Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna; spicca il Piemonte (2,2% del Pil), dove è rilevante l’attività delle imprese. Un altro punto debole messo in evidenza dall’indagine è l’istruzione: l’Italia presenta un ritardo storico nei livelli d’istruzione rispetto ai paesi più avanzati. Nel 2016, la quota di persone tra 25 e 64 anni con almeno un titolo di studio secondario superiore ha raggiunto il 60,1%. Nonostante un aumento di 8 punti rispetto al 2007, la quota è inferiore di 16,8 punti percentuali rispetto alla media europea.

In prima fila le controllate nazionali di aziende estere
In generale la spesa in R&S delle imprese è per circa un quarto effettuata dalle controllate nazionali di aziende estere. L’intensità di spesa in R&S è comparabile a quella della Germania in quasi tutti i settori a media e alta tecnologia, a eccezione della chimica e della farmaceutica. È più elevata nei settori di specializzazione tradizionale, tessile-abbigliamento e l’industria alimentare.

Più brevetti nel tessile e nel food
Un modo utile a capire quanto il sistema Italia punti sulla ricerca è quello che fa il punto sui brevetti. L’output brevettuale, spiega il report, riflette in Italia le caratteristiche della specializzazione produttiva. Rispetto alla media Ue le domande per invenzioni sono più che doppie per il settore del tessile-abbigliamento-pelletteria, mentre cresce la specializzazione nei brevetti per l’industria alimentare.

Primato marchi e disegni industriali
Considerando anche il numero di brevetti, le aree di gran lunga dominanti sono quelle dei macchinari e attrezzature, delle apparecchiature elettriche, dei mobili e altra manifattura (gioielleria, articoli sportivi) che, insieme, nel 2013 rappresentano il 51,9% delle domande nazionali di brevetto (in aumento dal 47,3% nel 2007). La forza dell’Italia si osserva nell’intensità di marchi e disegni industriali: le imprese italiane mantengono una posizione di primo piano (nel 2016 le domande di marchi all’Ufficio europeo per proprietà intellettuale sono state 9mila su 69 mila dall’Ue).

La scarsa istruzione dei più anziani
Un punto debole, come si è detto, è il sistema di istruzione: il ritardo è dovuto soprattutto alla scarsa istruzione dei più anziani. I livelli di istruzione della popolazione adulta sono molto variabili sul territorio: in Sicilia e Puglia meno della metà dei residenti possiede almeno un diploma secondario superiore e solo il 13% un titolo terziario mentre nel Lazio, anche grazie alla maggior offerta di lavoro qualificato, queste percentuali salgono a 70 e 23%.

Le conseguenze in termini di partecipazione al mercato del lavoro
Il livello di istruzione delle persone influisce sulla loro partecipazione al mercato del lavoro, sulle possibilità di occupazione e sui redditi. In Italia, nel 2016 il tasso di occupazione delle persone tra 25 e 64 anni con istruzione terziaria (laurea e titoli assimilati) è al 79,8% contro il 51,2% delle persone con al più un titolo secondario inferiore. Questo differenziale di 28,6 punti – leggermente inferiore a quello dell’Ue (30,5 punti) – è scomponibile in 19,4 punti di premio per il titolo secondario superiore e ulteriori 9,2 punti per l’istruzione universitaria rispetto al diploma, e raggiunge i 40 punti percentuali nel caso delle donne.

Migliora la situazione sotto il profilo degli abbandoni scolastici
C’è poi un altro fattore da prendere in considerazione. Gli abbandoni scolastici e formativi precoci (persone tra 18 e 24 anni senza titolo secondario superiore) si sono ridotti considerevolmente dal 20% nel 2007 al 13,8% nel 2016, superando l’obiettivo nazionale di riduzione al 16% nel 2020; è diminuito anche il differenziale con l’Ue, da circa 5 a 3,1 punti percentuali. Se dei miglioramenti su questo fronte ci sono stati, rimane il fatto che perr i giovani nati all’estero gli abbandoni superano il 30%, il valore più elevato dopo la Spagna.

Il ritardo su Ict
L’Italia è invece in ritardo rispetto all’Unione europea sull’uso di strumenti informatici. Da noi ad esempio sia a livello della popolazione, sia a livello delle aziende, l’uso dei pc o di internet resta decisamente più contenuto di quanto non avvenga nella media dei partner europei. Nel 2017, si stima che il 64% della popolazione europea tra i 16 e i 74 anni abbia usato il computer su basi quotidiane contro il 52% dei residenti in Italia (+11 punti dal 2008). Gli utenti regolari sono aumentati dal 37% nel 2008 al 69% nel 2016 (contro l’81% nell’Ue), quota che sale al 73,7% tra le persone laureate di 65-74 anni. E chi usa Internet si concentra in un numero relativamente ridotto di attività online perlopiù di carattere passivo e poco avanzato.

Sette imprese con 10 addetti su dieci hanno un sito
A livello aziendale, nel 2017 ha un sito web il 72% delle imprese italiane con almeno 10 addetti, valore al di sotto della media Ue (77%) ma in crescita di 11 punti sul 2010. La quota di imprese che vendono via web i propri prodotti è del 10%, contro il 16% dell’Ue.


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