Studenti e ricercatori

Un master per il futuro delle imprese familiari

di Marzio Bartoloni

Tra le più antiche aziende familiari della storia ci sono quelle italiane: la fonderia Marinelli – che ancora oggi esporta campane in mezzo mondo – risale addirittura al mille. Oggi quelle con dna familiare sono ben 784mila, l’85% delle nostre imprese (il 59% con fatturati oltre 50 milioni). Considerate in passato una palla al piede nel processo di crescita del capitalismo italiano, negli ultimi anni sono diventate sempre di più il porto sicuro degli investitori perché più redditizie, più efficienti, corrette nella gestione, con visone a lungo termine e un forte legame sul territorio che le ha aiutate ad attraversare i mari burrascosi della globalizzazione e della crisi. Tanto che – come ha raccontato la Consob qualche giorno fa – è cresciuto anche il loro peso specifico a Piazza Affari: il 64% delle società italiane quotate sono possedute da famiglie. Con pesi massimi rappresentati da gruppi storici come Fca, Luxottica, e Atlantia-Autogrill, controllate dalle famiglie Agnelli-Elkann, Del Vecchio e Benetton. Seguite in questi ultimi anni da aziende come Fila, il famoso produttore di matite della famiglia Candela, o il colosso della frutta della famiglia Orsero e con l’attesa per quest’anno delle Ipo – favorite anche dall’avvento di strumenti come i Pir – della pasta De Cecco, posseduta dall’omonima famiglia abruzzese, o quella dei telai Itema, colosso del tessile della famiglia bergamasca Radici.

C’è però un tallone d’Achille: quando l’impresa è di famiglia bisogna fare attenzione ai contraccolpi nel processo successorio. Un momento molto delicato come confermano i casi più recenti che hanno coinvolto gruppi come Luxottica, Indesit, Ferrero, Benetton, Esselunga che insieme fatturano 40 miliardi. Questo passaggio generazione è stato affrontato solo dal 55% delle medie imprese italiane, spiega una recente indagine di Mediobanca e Unioncamere. Eppure un’azienda su quattro è guidata da un leader over 70. Ma qual è l’ostacolo principale a questo passaggio? I dati di Mediobanca e Unioncamere raccontano che solo nel 14% dei casi la causa è nel frazionamento azionario, mentre nel 40% l’ostacolo è l’assenza di competenze in famiglia e nel 46% i difficili equilibri familiari. Nasce anche da qui l’idea della Luiss Business school che ha lanciato quest’anno il primo corso in «Family business management» che parte ufficialmente domani con la prima lezione introduttiva che sarà tenuta da Fabio Corsico, direttore relazioni esterne public affairs e sviluppo del Gruppo Caltagirone, e ideatore e direttore di questo corso rivolto ai protagonisti di queste imprese, ma anche a chi lavora o vuole lavorare in queste aziende. Su 25 posti disponibili il 90% degli iscritti sono figli di imprenditori (30% settore alimentare, il restante spazia tra moda, automotive e altro) con provenienze che fotografano il tessuto produttivo italiano (la metà dal nord, 8 dal centro e 4 dal sud). «Con questo corso vogliamo fornire gli strumenti principali e quelle competenze necessarie diverse rispetto a quelle di una multinazionale, ma anche aiutare a far capire al figlio del capo di un’azienda se può diventare lui stesso un bravo manager o essere un attento azionista», spiega Corsico autore di un libro dedicato proprio ai manager di famiglia da cui è nata l’idea di questo corso condivisa con la presidente della Luiss, Emma Marcegaglia, e con il rettore Paola Severino.

Le materie insegnate spaziano da quelle più tecniche (come le leve del private equity o dei Pir) a quelle strategiche sulla governance aziendale e sugli strumenti per la pianificazione del passaggio generazionale fino ad arrivare alle soft skills: «Ci sarà anche un corso di coaching individuale – spiega il direttore della Business school Paolo Boccardelli – perché è chiaro che la leadership non si trasmette con il Dna, ma se leader sicuramente si nasce lo si può anche diventare con la formazione giusta e e con le prove sul campo». L’advisory board del corso e il pool di docenti è di altissimo profilo: «Questa volta saranno milanesi molto importanti a venire a Roma», scherza Corsico. Nel board siedono il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, il presidente di Bnl Luigi Abete, l’ad del Messaggero Azzurra Caltagirone, il Chairman of corporate and investment banking for continental Europe di Citigroup Luigi De Vecchi, l’avvocato Francesco Gianni, il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro, l’ad di Credit Suisse Italia Federico Imbert, la presidente della Luiss e di Eni Emma Marcegaglia, il ceo di Edizione Holding Marco Patuano, Lorenzo Pelliccioli del gruppo De Agostini, il vicepresidente di Tim Giuseppe Recchi, l’ad di Salini Impregilo Pietro Salini e Maurizia Villa, managing director Italy di Korn Ferry.


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