Studenti e ricercatori

Abolire le tasse universitarie è sbagliato, ma ha il merito di far discutere sui finanziamenti

di Tommaso Agasisti*

S
2
4Contenuto esclusivo S24


La proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie ha avuto l'indubbio pregio di riportare al centro dell'attenzione il tema del sistema di finanziamento delle università italiane. Al contempo, essa è apparsa da subito una boutade irrealizzabile, oltre che sbagliata con riferimento a diversi profili teorici e metodologici. Per sintetizzare questi ultimi, è sufficiente riportare una frase chiarificatrice scritta dal professor Nannicini in proposito: «Abolire le tasse universitarie, quindi, vuol dire utilizzare i tributi di tutti per pagare un servizio che avvantaggia soprattutto le classi medio-alte». Al di là di questi ovvi aspetti di “equità al contrario”, è però opportuno soffermarsi anche su tre questioni di finanza pubblica connesse alla proposta di Pietro Grasso, ed utilizzare gli errori tecnici e concettuali ivi contenuti per formulare tre proposte su cui, spero, i policy makers possano confrontarsi in vista della prossima legislatura.


1. Abbiamo un problema di (livello di) finanziamento
complessivo del sistema universitario?

La proposta di abolire le tasse universitarie sembra dare per scontato che il livello attuale del finanziamento delle università italiane sia adeguato, e sia dunque possibile sostituire il gettito derivante dai contributi degli studenti con spesa dello Stato, senza perdere di efficacia. In realtà il nostro sistema di istruzione terziaria ha un enorme problema a monte, legato alla spesa totale per studente che risulta notevolmente inferiore a quella di altri Paesi europei. Solo per fare un confronto, basato sui recenti dati forniti da Ocse nella sua pubblicazione “Education at a Glance 2017”, la spesa per studente (in dollari equivalenti) è stata pari a circa 11.500$ nel nostro Paese, contro 16,400$ in Francia, 17.200$ in Germania, 19.100$ nei Paesi Bassi e 24.500$ nel Regno Unito. Non è dunque chiaro come i nostri atenei dovrebbero “competere” (o collaborare) con quelli di questi altri Paesi, con un tale divario di finanziamenti disponibili. La qualità del sistema formativo avanzato, purtroppo per il presidente Grasso (e per coloro che la pensano come lui) costa. Diceva l'ex presidente di Harvard, Bok: «If you think education is expensive, try ignorance (ossia: se pensate che l'istruzione costi troppo, provate con l'ignoranza)». A mio avviso, il primo obiettivo che dovremmo porci, come sfida per il sistema universitario del Paese, è quello di aumentare la spesa per studente fino al livello dei nostri partner europei, ovviamente continuando un percorso di miglioramento qualitativo e quantitativo dei risultati di didattica e ricerca. Il tempo dei ragionamenti “a risorse costanti”, in questo settore, è finito – per fortuna.
È allora lecito domandarsi: un aumento della spesa nel settore può avvenire mediante il ricorso a risorse pubbliche?


2. Un aumento dell'0.1% del Pil di spesa pubblica
nel settore è auspicabile e, nel caso, sostenibile?

In estrema sintesi: no (a meno di decisioni politiche molto chiare e, allo stato attuale, purtroppo improbabili). La stima di Grasso è che la misura di abolire le tasse universitarie costi 1,6 miliardi di euro (all'incirca, lo 0.1% del Pil). Ora, tale misura appare piuttosto imponente per un sistema che destina alla spesa pubblica in istruzione universitaria lo 0.8% del proprio Pil, contro il 1.3% della Germania e del Regno Unito, l'1.2% della Francia e l'1.7% dei Paesi Bassi (dati Eurostat sul 2014). D'altro canto, il governo Renzi si è giustamente vantato di aver destinato un aumento di 177 milioni di euro al diritto allo studio, cifra che non si vedeva da decenni, rivendicando una azione politica ed economica di proporzioni significative. Ebbene, la proposta di Grasso costa una cifra di un ordine di grandezza superiore; se ne traggano le conseguenze.
Chiunque abbia contezza della situazione della finanza pubblica italiana sa che non è oggi tecnicamente possibile decidere di spendere un aggiuntivo 0.1% di PIL in spesa pubblica, a meno di non fare esplicitamente altre due cose: (I) ridurre corrispondentemente un'altra voce di spesa oppure (II) aumentare le entrate attraverso la fiscalità. Dei successi delle spending reviews in relazione al primo obiettivo, è meglio non parlare. Della desiderabilità di aumentare la pressione fiscale nel nostro Paese, nemmeno. Prima di avanzare questa proposta, è dunque necessario ripensare in modo radicale e significativo la modalità di allocazione della spesa pubblica complessiva, e convincere gli elettori di essere capaci di intervenire in modo credibile con una riduzione sostanziosa della spesa in settori diversi (amministrazione generale? Sanità? Assistenza sociale? Qualche scelta andrà pur fatta, promettere di aumentare la spesa in tutti i settori è pura demagogia).
Al di là delle considerazioni sulla sostenibilità della proposta, vale la pena discutere anche la questione della sua opportunità. Poiché l'istruzione genera importanti benefici privati per coloro che vi accedono (salari più elevati, posizione sociale più prestigiosa, ecc.), è auspicabile che i soggetti beneficiari contribuiscano al suo finanziamento. Tale compartecipazione al costo dovrebbe essere basata sui benefici futuri (reddito guadagnato una volta attivi nel mercato del lavoro) piuttosto che sulla disponibilità a pagare durante gli studi. La mia proposta, pertanto, è di mantenere l'attuale livello della contribuzione studentesca e anzi consentire agli atenei di innalzarla ulteriormente. Per garantire equità ed accesso a tutti gli studenti - anche a coloro che sono svantaggiati economicamente – si potrebbe dunque creare un meccanismo di prestiti (o mix borse/prestiti) condizionati al reddito futuro – una proposta, in questo senso, è stata formulata dai professori Ichino e Terlizzese nel loro libro “Facoltà di Scelta”, qualche anno fa. Un sistema di questo tipo è presente oggi in Inghilterra: da quando è stato introdotto, le tasse degli studenti sono aumentate in modo molto significativo, le università hanno più risorse a disposizione e non vi è evidenza robusta di uno scoraggiamento alla partecipazione degli studenti economicamente svantaggiati.


3. Immaginando di avere a disposizione un aggiuntivo 0.1% del Pil
di spesa pubblica da destinare al settore universitario, che farne?

Infine, anche immaginando che il prossimo Governo decida di destinare 1,6 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva al settore universitario, ci sono verosimilmente molti altri utilizzi più intelligenti che non quello di abolire le tasse ed i contributi degli studenti – azione che, come descritto da altri, non è in grado di procurare nessun beneficio ed effetto positivo sui risultati del sistema educativo terziario. Mi permetto qui di avanzare solamente tre idee, ispirate dal tentativo di migliorare la qualità e la quantità degli output delle istituzioni universitarie, nonché di incidere davvero sull'equità complessiva del sistema. Tale breve lista di interventi è ovviamente soggettiva, e potrebbe trarre beneficio da una discussione esperta ed informata tra coloro che, nei diversi schieramenti politici, si troveranno presto a dover decidere del futuro del nostro sistema universitario e della ricerca:
•Ampliamento delle risorse statali per le borse di studio, finalizzato alla definitiva eliminazione dell'odioso fenomeno per cui studenti idonei a ricevere la borsa di studio non la ottengono per mancanza di risorse
•Rilancio di un nuovo meccanismo di finanziamento della ricerca, basato sulla scelta di progetti su base competitiva, e finanziato finalmente a livelli europei (e non a livelli ridicoli come l'attuale sistema del Prin – Progetti di ricerca di interesse nazionale)
•Finanziare un piano straordinario per l'innovazione didattica, che fornisca agli atenei risorse ad hoc sulla base di progetti di miglioramento delle attività didattiche (ad es. per sfruttare al meglio le opportunità offerte dalle nuove tecnologie). In questo senso, le risorse potrebbero anche essere utilizzate per un piano di investimento infrastrutturale che consenta alle università di adeguare le proprie strutture e renderle sempre più funzionali all'innovazione nella didattica, nella ricerca e nel rapporto con i propri territori.
In sintesi, l'infelice uscita del Presidente Grasso può essere un'occasione per domandare al prossimo Governo come pensa che debba essere l'università di domani. C'è da augurarsi che la discussione e l'azione su questo tema siano reali, e che questo inizio di riflessione non si sia stato solamente un fuoco d'artificio di avvio della campagna elettorale.

*Politecnico di Milano School of Management


© RIPRODUZIONE RISERVATA