Pubblica e privata

Italia a due facce: ok sui fondi nazionali, solo l’8% su risorse Ue

di Marzio Bartoloni e Eugenio Bruno

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Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. La ricerca italiana avanza. Ed è già una buona notizia per un paese che da anni occupa i bassifondi della classifica europea per investimenti in R&S. Il problema è che lo fa come uno di quei cantieri autostradali in lento movimento. A fronte di un tasso di attuazione del Piano nazionale che supera il 100% rispetto agli obiettivi messi nero su bianco un anno e mezzo fa per il triennio 2015-2017, la nostra capacità di attrarre le risorse comunitarie resta basso. Con una lievissima crescita dal 7,8 all’8,2% dei fondi conquistati dall’Italia ma un tasso di successo dei progetti a guida tricolore che si ferma al 10% contro una media Ue del 14% (la Germania è al 18%).

Partiamo dalle risorse nazionali (più una quota del Fondo di Sviluppo coesione di competenza regionale). Sui 2,4 miliardi previsti per il primo triennio di operatività del programma nazionale della ricerca (Pnr) da qui a marzo il ministero dell’Istruzione conta di superare quota 2,5. Arrivando così al 104% di utilizzo rispetto agli obiettivi messi nero su bianco il 1° maggio 2016 quando il Pnr ha (in ritardo) visto la luce. L’ultimo bando emanato è il Prin 2017 da 391 milioni per cui ci si potrà candidare entro il prossimo 15 marzo. In rampa di lancio ci sono altri quattro interventi in corso di finalizzazione. Il più importante interesserà le infrastrutture di ricerca, in primis del Mezzogiorno, che stanno aspettando un decreto ministeriale da 286 milioni. Varrà invece 20 milioni l’avviso pubblico per i progetti di innovazione sociale che l’apposita direzione generale del Miur sta mettendo a punto. Insieme a quello da 10 milioni per il cosiddetto “Proof of concept”che arriverà per aiutare i nostri ricercatori a verificare il potenziale industriale delle loro innovazioni. Ricercatori che potranno contare da qui a breve su altri 110 milioni destinati alla loro mobilità. Anche all’estero.

Nel passare al tasso di attrazione delle risorse comunitarie che rimane ancora basso una precisazione è d’obbligo. Cercare di migliorarlo è un imperativo per il prossimo governo se non vorrà lasciare su carta l’obiettivo finale del Pnr che per il secondo triennio (2018-2020) è molto più ambizioso: sono infatti 9,6 i miliardi a disposizione che portano a 14 il valore complessivo della “torta”. Per farlo bisogna però arrivare al 10% di aggiudicazione dei fondi Ue. Invece l’ultimo monitoraggio (relativo al 2 ottobre scorso) ci dà all’8,2 per cento.

In pratica finora dell’ambizioso piano Horizon 2020 - il più grande di sempre che ha messo in palio quasi 80 miliardi - il nostro Paese ha conquistato attraverso le call europee 2,177 miliardi sugli oltre 26 miliardi distribuiti. Non proprio un’ottima perfomance, la metà dei fondi di Germania e Inghilterra (che nonostante la Brexit è ancora in corsa nei bandi di Bruxelles), dietro a Francia e Spagna e praticamente come l’Olanda. E comunque ancora lontani dall’obiettivo 10% che il governo si era posto. Andiamo un po’ meglio nella conquista dei fondi destinati alle Pmi forti del nostro tessuto produttivo, con 429 milioni e il 10% degli stanziamenti complessivi. Ma dietro Regno Unito, Spagna e Germania. Ci sono comunque ancora molti fondi da conquistare. Il colpo di reni deve arrivare ora: in palio ci sono centinaia di milioni ogni anno che perdiamo e “regaliamo” agli altri Paesi per fare innovazione e dunque crescita.


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