Pianeta atenei

Università italiane ancora troppo «chiuse»

di Marzio Bartoloni

Dopo sette anni la riforma dell’Università non è ancora del tutto a regime. E in più ha falle evidenti, come le regole sul diritto allo studio (leggasi borse e servizi per gli studenti) mai scritte e che vedono ancora oggi decine di migliaia di ragazzi privati di un aiuto a cui invece avrebbero diritto perché ne hanno i requisiti. Ma ci sono altre crepe meno visibili che mostrano un “tradimento” dello spirito della riforma Gelmini varata anche con l’obiettivo di portare aria fresca nei nostri atenei, in passato troppo autoreferenziali. Tra i tantissimi dati raccolti dalla Corte dei conti nel suo primo referto presentato ieri sulla legge 240/2010 spicca ad esempio quello sulle assunzioni dei docenti universitari, con le Università poco propense ad assumere candidati esterni, privilegiando in oltre la metà dei casi quelli interni.

La riforma,che ha tentato di superare lo scandalo dei concorsi locali truccati introducendo una specie di filtro nazionale - l’abilitazione (una “patente per titoli” per diventare professore) a cui segue una selezione locale -, prevedeva, tra le altre cose, anche alcuni paletti che le Università dovevano rispettare per «consentire - ricordano i magistrati contabili - una maggiore apertura delle carriere universitarie a ricercatori che avessero maturato significativi risultati scientifici in altre istituzioni».

Ad esempio, nel 2014 e nel 2015, sono stati rispettivamente solo 86 e 203 i professori (su 2.498 e 3.569 complessivi) che hanno conquistato una cattedra come esterni nonostante la riforma prevedesse una riserva minima di almeno un quinto dei posti disponibili da assegnare a chi negli ultimi 3 anni non avesse prestato servizio nell’ateneo (con ben 17 atenei che praticamente non hanno tenuto vincolante il paletto).

La Corte sottolinea poi come sia «rilevante» pure il numero delle chiamate relative al personale in servizio nella stessa Università, anche qui non rispettando l’altro vincolo della riforma in base al quale, nell’ambito delle risorse disponibili per la programmazione si consentiva agli atenei di destinare a tale forma di chiamata «fino alla metà delle risorse equivalenti a quelle necessarie per coprire i posti disponibili di professore di ruolo». E invece - sottolinea il referto - ben 26 Università (circa un terzo di tutti gli atenei) hanno utilizzato ben più della metà delle posizioni disponibili per i candidati “allevati” all’interno (in particolare ricercatori di tipo b) «con punte, anche elevate, dell’ordine del 74 e dell’84 per cento».

Poche anche le chiamate dirette (corsie preferenziali per studiosi meritevoli che magari lavorano all’estero) o quelle per chiara fama: dal 2011 al 2015 se ne contano solo 237 (concentrate nell’ambito dei professori di seconda fascia) e appena 13 per chiara fama. Una scelta quindi contraria al dettato della riforma e solo in parte giustificata dal parziale blocco del turn over e dai tagli subiti dal Fondo di finanziamento che in 10 anni ha perso un miliardo (su quasi 8), cominciando a risalire solo negli ultimi due anni.

Fin qui i docenti. Perché la magistratura contabile chiede di correggere il tiro anche sul fronte del diritto allo studio dove da sette anni si attende la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. E dove continua lo scandalo tutto italiano degli studenti idonei senza borsa. In pratica dal 2011 fino al 2015 - come ricordano i dati della Corte dei conti - in media 45-50mila studenti ogni anno nonostante avessero tutti i requisiti per ricevere la borsa di studio non l’hanno avuta per mancanza di risorse. Con Regioni come la Calabria o la Sicilia dove nel 2015 due studenti su tre non hanno ottenuto l’aiuto di cui avrebbero avuto diritto (in Campania è stata la metà). Nell’anno accademico 2015/2016 il dato è sceso a “solo” 9.471 studenti senza borsa, a causa però di un diverso meccanismo di calcolo dell’Isee (l’indicatore economico che decide chi ne ha diritto) che poi è stato subito rivisto. Negli ultimi due anni va invece segnalato che il Governo ha aggiunto oltre 50 milioni al suo contributo (il Fis: Fondo integrativo statale), portandolo da 162 milioni a 217 milioni. Una novità ricordata ieri anche dalla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che ha ribadito come questo tema «deve coinvolgere tutti i soggetti del sistema: atenei, sistema nazionale di finanziamento e sistemi regionali». Mentre Elisa Marchetti, che rappresenta gli studenti dell’Udu, ha sottolineato come il dato dei fondi regionali sembri più alto, ma in realtà non lo sia, «visto che al loro interno sono conteggiate anche le risorse provenienti dalla tassa pagata da tutti gli studenti. Nell’anno accademico 2015/16 le borse di studio sono state finanziate per il 45,6% dalle tasse degli studenti».

Nel suo referto, infine, la Corte analizza ampiamente anche le modalità di finanziamento degli atenei, invocando per il futuro la creazione di una quota stabile del fondo Ffo che non oscilli ogni anno, da destinare al funzionamento del sistema, con la quota premiale da finanziare invece con risorse aggiuntive (oggi questa sottrae fondi alla quota base). Serve poi una maggiore valorizzazione dell’autonomia delle Università, soprattutto se hanno i conti a posto. «I dati della Corte - avverte Gaetano Manfredi alla guida dei rettori italiani (Crui) - fanno emergere da un lato che la qualità gestionale è molto migliorata e potrebbe essere anche un esempio per tutto il comparto pubblico e dall’altro che le risorse si sono ridotte moltissimo e questo incide sul reclutamento, sull’età dei docenti e sul diritto allo studio».


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