Pianeta atenei

L’anomalia italiana dei concorsi

di Pierdomenico Perata

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La recente inchiesta della magistratura che ha messo in evidenza gravi irregolarità in un concorso per professore di Diritto tributario ha riacceso la discussione sulla selezione dei docenti degli atenei. Comprensibilmente, da più parti si invocano regole più stringenti, per garantire imparzialità e trasparenza. Il presidente della autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha proposto di inserire nelle commissioni persone estranee al mondo accademico, quasi a suggerire che, in fondo, dei “baroni” non ci si può proprio fidare. È bene ricordare che il sistema dei concorsi è stato più volte riformato, ma nessuna riforma ha dato i risultati sperati.

La prestigiosa rivista britannica Nature scriveva, qualche anno fa, a proposito della ennesima riforma universitaria: «Gli italiani sono abituati a riforme che solo in apparenza sembrano sensate, ma che poi non riescono a cambiare nulla». Mentre lamentiamo irregolarità in alcuni concorsi, il nostro Paese osserva il fatto che nessuna sua università primeggia nelle classifiche internazionali. Ma come selezionano i propri professori le migliori università al mondo? Di certo non con i concorsi, definiti «incomprensibili» dalla rivista Nature per chiunque lavori all’estero, ove ciascuna Università sceglie direttamente i propri professori attraverso un semplice colloquio. In Italia i concorsi hanno l’obiettivo, ovvio, di selezionare il miglior candidato per la posizione disponibile. Ma i criteri di selezione sono rigidamente definiti. Immaginate una università dell’Italia prossima alle Alpi che voglia reclutare un professore di zoologia esperto in ecologia delle marmotte. Se al concorso si presenta uno zoologo esperto di delfini con più pubblicazioni (sui delfini) di un altro candidato (con meno pubblicazioni, ma tutte sulla biologia delle marmotte) la valutazione “analitica” delle pubblicazioni porterà la commissione del concorso ad individuare l’esperto in delfini come il “migliore” zoologo disponibile.

È davvero questa la miglior soluzione per le nostre università? Un sistema concorsuale rigido, che impedisce alle università di scegliere non il miglior candidato, ma il migliore per le proprie specifiche esigenze?

Il nostro Paese ha, negli ultimi anni, realizzato due riforme importanti del sistema universitario. La prima è l’introduzione di un sistema di valutazione della qualità della ricerca, che valuta la produzione scientifica dei professori di tutte le università. La seconda è il meccanismo della Abilitazione scientifica nazionale (Asn), una procedura che, appunto, abilita i candidati alla professione di professore universitario, ma senza assegnare un posto di lavoro. Saranno poi le singole università a scegliere tra gli abilitati, ma sempre attraverso un ulteriore concorso. La Asn fa sì che lo Stato possa operare un controllo sulla professione di professore universitario, impedendo a chi non ha i titoli di accedervi. Le manipolazioni del processo di Asn debbono, e sono, severamente perseguite dalla magistratura. La valutazione della qualità della ricerca consente, sempre allo Stato, di verificare se le persone assunte nel ruolo dei professori e delle professoresse sono state all’altezza del ruolo, potendo poi punire l’Università che ha reclutato persone non all’altezza del ruolo. Perché, quindi, non eliminare i concorsi locali? Le università potrebbero selezionare gli abilitati con procedure finalmente in linea con quelle delle migliori università al mondo, scegliendo la miglior professionalità per le proprie esigenze didattiche e scientifiche. Consentire alle università libertà nella definizione degli stipendi (sia chiaro, sempre nei limiti del proprio bilancio) consentirebbe poi alle università di competere liberamente per il reclutamento dei migliori scienziati, anche all’estero.

È impensabile che l’Italia possa avere università competitive senza maggiori finanziamenti, ma anche con l’attuale eccesso di burocrazia nelle procedure per le assunzioni: che non garantiscono maggiore trasparenza, come si è visto. Una nuova riforma dei concorsi non porterà beneficio ai candidati e neppure alla università. È tempo per affidare a ciascuno le responsabilità delle proprie scelte. Al ministero dell’Istruzione, università e ricerca l’onere di procedure per la Asn affidabili e rigorose, alle università la libertà di scegliere i propri professori e professoresse. Ma sempre ricordando che chi sbaglia deve pagarne le conseguenze.


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