Studenti e ricercatori

Tasse, lingua inglese e sconti. Così l’Olanda attira 100mila studenti l’anno

di Alberto Magnani

Un piccolo paese con grandi opportunità». Lo slogan scelto dai Paesi Bassi per sponsorizzarsi come meta per gli international students, gli studenti internazionali, non è esattamente dei più originali. Eppure il messaggio sembra aver fatto il suo dovere: nel 2016-2017, lo scorso anno accademico, gli atenei locali hanno attirato un totale di 112mila studenti stranieri da 164 paesi diversi. Circa 33mila in più rispetto all'Italia, ferma a quota 78.647. Oltre 80mila sono iscritti a tempo pieno in corsi di laurea triennale o magistrale negli atenei olandesi, 11.500 rientrano nel programma Erasmus+, 19.360 arrivano da paesi esterni ai confini della Ue.

E tra le comunità più entusiaste del Continente ci sono, neppure a dirlo, proprio gli italiani: 3.347 iscritti, dietro solo a Germania (22.189) e Cina (4.347). I connazionali che studiano qui crescono al ritmo di 700 nuove iscrizioni l'anno e sono riusciti a superare persino i vicini di casa del Belgio, fermi a 2.976 iscritti. Su scala più generale, il primato di stranieri è detenuto da università di Maastricht (8.952), seguita dagli atenei di Groeningen (5.420), Rotterdam (5.289), la Fontys Universty of Applied sciences (4.837) e Delft University of Technology (4.795).

Rette, corsi in inglese e sussidi
Il risultato del tutto fa sì che oggi, nell'istruzione terziaria olandese, l'11,4% degli studenti sia straniero. Una quota che si avvicina al doppio della media Ocse (6%) e sembra destinata a crescere anche grazie alla fuga dal Regno Unito di studenti europei spaventati da Brexit e degli stessi britannici, alle prese con un problema precedente al referendum per l'uscita dall’Unione europea: le tasse universitarie, già lievitate a 9mila sterline l'anno per i soli bachelor's (le lauree triennali) e su cifre anche maggiori per i master's degree, l'equivalente dei nostri bienni.

D'altronde “tasse” è una delle parole magiche quando si tratta di fare presa sulla platea di studenti esteri, alla ricerca di università che offrano un buon rapporto fra costi, spendibilità internazionale del diploma e reputazione degli atenei. Studiare in Olanda non è gratis come in alcune università in Germania o Francia, ma prevede rette contenute rispetto alla media dei grandi poli anglofoni: 1.900 euro l'anno per gli studenti Ue, mentre per gli iscritti extraeuropei si parla di 6-15mila euro per i corsi di primo livello e 8-20mila euro per i corsi di secondo livello. E rispetto alla controparte tedesca e francesi ci sono, appunto, più corsi in lingua e programmi congegnati per assorbire talenti dall'estero. I programmi del tutto impartiti in inglese sono oltre 2.100, l'offerta più ampia al di fuori di Regno Unito e Usa, con opportunità dall'ingegneria agli studi umanistici. Quanto a sussidi e borse di studio, non è immediato aggiudicarsi un finanziamento che ammortizzi i costi, ma l'offerta è abbastanza estesa. Il portale governativo Study in Holland elenca oltre 140 “scholarship” solo per studenti iscritti a triennio, magistrale e dottorato.

L’italo-olandese: l’investimento vale la spesa
Oltre alla «cultura internazionale», gli studenti internazionali generano dei ritorni economici significativi per i Paesi Bassi. Un report governativo stimava in maniera prudenziale una ricaduta di 500 milioni di euro ai tempi del 2012, quando gli internazionali iscritti si aggiravano sulle 50mila unità. Oggi sono il doppio ed è facile pensare che il risultato sia cresciuto di pari passo con le iscrizioni. Tamara Villani, giovane manager del settore automotive, vede il fenomeno da un punto di osservazione privilegiato: di famiglia italiana, ha studiato nei Paesi Bassi e visto crescere l'afflusso di studenti stranieri nelle aule olandesi. «Le università godono di una reputazione molto alta e buona parte dei corsi sono in inglesi, quindi è chiaro che possono essere attrattivi – spiega – Come paese stiamo investendo un sacco di soldi e i risultati ci sono». Villani spiega che la «diversità è sempre benvenuta» nel Paese, anche se non tutti sembrano d'accordo. Alle scorse elezioni il Partito della libertà (Partij voor de Vrijheid), la forza di destra populista capitanata da Geert Wilders, è riuscito a ottenere il 13% cavalcando l'euroscetticismo che soffia anche qui, più per tensioni xenofobe che strascichi reali della crisi. Wilders, tornato in scena dopo la crescita dell'Afd alle elezioni tedesche, intercetta i voti di un elettorato che ha poco a che spartire con la vena cosmpolita degli atenei, a partire dall'afflusso continuo di giovani extra-europei. Ma è improbabile che le restrizioni coinvolgano anche le università, meno intaccate dalle paure che si riverberano nel paese. In fondo, dicono qui, «it’s business», è comunque business.


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