Pianeta atenei

«Il peggior crimine dei baroni: rubare il futuro ai giovani»

di Roberto Da Rin

È una storia che sembra una favola. Le clientele, il nepotismo e le corruttele generano aspettative frustrate e meriti negati. Si sa. Ma questa è una vicenda a lieto fine. Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, è uno scrittore di successo, latinista e comparatista, i suoi ultimi libri “Viva il Latino” e “Con Ovidio”, editi da Garzanti. Ecco, questa è la sua vita 2.0. Ma quella 1.0 è stata tutta diversa. Vinse un concorso da ricercatore all’Università di Palermo, nel 2000, a 35 anni. In qualità di “esterno”,(arrivava da Milano), battitore libero e fuori cordata subì un mobbing che lo spinse a cercare altre strade, all’estero. Sette anni dopo atterra in Inghilterra un martedì di novembre, il mercoledì tiene una lecture su Gaspara Stampa, poetessa del ‘500. Mezz’ora di lecture e mezz’ora di colloquio. Il giovedì mattina, in attesa del volo per Milano, riceve una telefonata, quella del presidente della Commissione. «Good morning prof.Gardini, abbiamo deciso all’unanimità di offrire a Lei il posto vacante. Accetta? Ha bisogno di tempo per riflettere?». La risposta: «No, I don’t need any time, I accept». Accettato. Due mesi dopo il prof. Gardini è salito in cattedra a Oxford.

Ne “I baroni”, un libro edito da Feltrinelli nel 2009, Gardini racconta la sua fuga dall’università italiana, gli ostacoli, le barricate, i muri eretti a difesa di un sistema anti meritocratico che lo ha estromesso in quanto «non raccomandato né tirapiedi». E l’approdo in una delle Università più prestigiose del mondo.

Professor Gardini, leggendo le cronache di concorsopoli, Le è venuta voglia di dire, «io, 8 anni fa, ve lo avevo detto, scritto e documentato»?

Non voglio rivangare una storia ormai lontana, mi meraviglia che ci si meravigli. Il sistema accademico italiano è clientelare, nepotistico e familistico. L’Università italiana è un luogo di potere e le vicende di queste settimane confermano che la situazione, negli ultimi 15 anni, non è affatto migliorata. Prepotenza e cinismo come cardini.

La sua è una storia finita bene, ma migliaia di ricercatori capaci rimangono fuori dal sistema. Cosa ricorda di quel periodo all’Università di Palermo?

Ricordo di aver patito una completa emarginazione, forme persecutorie, mobbing e strade sbarrate a qualsiasi trasferimento. Sopra di me, baroni incompetenti con completo arbitrio di giudicanti. La baronia è una lingua, i baroni sono tutti coloro che la parlano, ci sono i baroni forti e quelli deboli. Questi ultimi, anche se non partecipano alle decisioni finali e sono fatti solo per obbedire e illudersi, sono importantissimi. Senza la loro cooperazione, i primi non esisterebbero.

C’è una “dissidenza” o il sistema espelle chi non è organico?

In sette anni di servizio a Palermo non ho trovato un solo dissidente che avesse il coraggio o la voglia di esprimere il suo dissenso apertamente. I dissidenti sono numerosi, ma non contano, perché stanno a guardare. Provano schifo ma non si spostano. Sono i primi a gridare allo scandalo, ma alla fine accettano di buon grado che le cose restino così. Tra i conniventi hanno il primato della viltà, perché spacciano il loro opportunismo e la loro ignavia per resistenza.

Professore, la fuga all’estero è l’unica exit strategy?

Speriamo di no, che le cose migliorino. Perché i baroni sono colpevoli di fronte a tutti gli italiani. Preoccupati di promuovere solo le loro cause personali, incuranti dello sviluppo del sapere e delle coscienze. I baroni provocano ogni giorno, nella più arrogante certezza dell’impunità, danni incalcolabili al patrimonio umano e intellettuale dell’intero Paese.

Parole durissime.

I baroni operano contro la cultura e contro la libertà. Sono colpevoli di un crimine tremendo: rubano il futuro.


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