Studenti e ricercatori

Università, i fondi 2017 «premiano» il Sud

di Gianni Trovati

Le regole più flessibili sui finanziamenti legati ai risultati di didattica e ricerca aiutano le università del Sud, che incontrano le soddisfazioni maggiori nelle tabelle sulla «quota premiale» del 2017, e i 55 milioni della no tax area universitaria introdotta dall’ultima legge di bilancio per esentare dalle tasse chi ha un Isee fino a 13mila euro (e mitigare le richieste a chi si colloca nella fascia 13-30mila euro) finanziano sconti ed esenzioni di 161mila studenti.

I dati arrivano dalle tabelle del decreto sui fondi statali alle università, diffuso ieri dal Miur. In ballo, nel provvedimento arrivato al traguardo in tempi un po’ più rapidi rispetto all’anno scorso (quando le tabelle definitive furono licenziate il 29 di dicembre), ci sono 6,98 miliardi di euro fra interventi ordinari e speciali, cioè 63 milioni in più rispetto al 2016. Nei grandi numeri, il quadro complessivo si conferma piuttosto statico. La “spesa storica”, cioè la replica dei finanziamenti anno per anno, continua a pesare per 3,2 miliardi, il ruolo dei costi standard per studente (ristrutturati dal decreto Sud dopo la bocciatura della Consulta) non si sposta dagli 1,28 miliardi e i “premi” ai risultati di didattica e ricerca distribuiscono 1,54 miliardi, cioè qualcosa meno degli 1,6 miliardi dell’anno scorso. I pilastri del fondo, rappresentati dalle quote di base, i premi e la programmazione, valgono quest’anno 6,34 miliardi (cioè 64 milioni in meno dell’anno scorso), e i 55 milioni per la no tax area (consolidabili in 105 dal prossimo anno) e le altre voci extra completano il quadro.

A modificarsi, però, è l’architettura interna ai criteri impiegati per assegnare le risorse; in particolare il capitolo dedicato alla quota premiale, cioè alla parte di fondi statali guidata dai risultati registrati dai singoli atenei nelle proprie attività. Inedito è il capitolo dedicato alla cosiddetta «autonomia responsabile», con cui 303 milioni di euro vengono distribuiti in base a due indicatori scelti dallo stesso ateneo nel ventaglio dei parametri impiegati per misurare la qualità di ricerca e didattica e l’impegno dell’università nelle iniziative di internazionalizzazione.

All’atto pratico, 21 università statali ricevono un assegno statale più pesante di quello dell’anno scorso, e 11 di queste sono meridionali, mentre 40 devono rinunciare a qualcosa: le loro perdite, però, sono attenuate dalla solita clausola di salvaguardia, che impedisce ai cambi di regole intervenuti di limare l’entrata di ogni ateneo di oltre il 2,5% (la flessione massima è stata dell’1,87%). L’occhio un po’ più attento alle università del Sud viene confermato quando si guarda alla sola quota premiale: 28 atenei vedono aumentare la propria fetta sul totale, e 18 di questi sono al Sud. Da questo punto di vista, le notizie migliori (sempre in termini di percentuale sui “premi” totali) arrivano a Campobasso e alle due università di Bari, la statale e il Politecnico, mentre lo Iuav di Venezia e l’università di Verona subiscono gli alleggerimenti più consistenti. Tra i big, le dinamiche più vivaci si incontrano alla Federico II di Napoli e alla statale di Milano, mentre la Sapienza pareggia la quota di premi ottenuta l’anno scorso e Bologna va in retromarcia.


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