Pianeta atenei

Atenei, i vantaggi del modello italiano

di Alessandro Schiesaro

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A settembre riparte ogni anno la battaglia contro il numero chiuso, quest’anno più intensa del solito per le polemiche seguite alla decisione della Statale di Milano di limitare il numero dei posti disponibili nei corsi di laurea umanistici, e la prevedibile sospensiva del Tar del Lazio. “Numero chiuso” significa però molte cose diverse, spesso impropriamente confuse tra loro. Un conto, infatti, è fissare un tetto nazionale al numero complessivo di studenti che possono accedere all’Università: il ministero decide quanti posti finanziare sulla base dei fondi disponibili, li distribuisce tra gli atenei, e chi resta fuori resta fuori. È quanto avveniva fino al 2015 in Gran Bretagna, e il sistema vige tuttora in Germania, dove la capienza (peraltro ampia) del sistema è definita da un accordo tra Governo e Università.

Nulla di tutto questo accade in Italia, e per fortuna a nessuno è mai venuto in mente di proporlo, se non altro perché il numero dei laureati deve crescere, non diminuire. Altro conto è invece limitare sì il numero dei posti, ma solo in alcune discipline, prima fra tutte Medicina, come accade dal 1999, quando è entrata in vigore la legge 264, ancora fieramente avversata nonostante la sua palmare ragionevolezza e la mancanza di alternative concrete (il modello francese della selezione a Medicina dopo il primo anno, per citarne solo una, è un incubo). Ancora diverso – e questo è appunto il caso di Milano - è voler programmare la distribuzione dei posti a livello di singoli atenei e corsi di studio, un meccanismo che non incide sulla possibilità di entrare o no all’Università, ma di potersi iscrivere a uno specifico corso in una specifica sede; un meccanismo, in altre parole, che cerca di bilanciare il diritto all’accesso con le esigenze legate a struttura, qualità e programmazione dei corsi.

Fino a non molti anni fa il problema non si poneva, perché era possibile istituire corsi di laurea a prescindere da qualunque requisito relativo alla docenza. Spesso, nell’illusione che un menù variopinto potesse risultare più attraente, si moltiplicavano corsi basati quasi del tutto su docenti in prestito o a contratto. Da qualche anno, però, il Miur ha introdotto “requisiti minimi”, poi inseriti nel percorso più generale di accreditamento dei corsi e delle sedi, che impongono un numero appunto minimo, e in realtà ancora piuttosto basso, di docenti dedicati a ciascun corso di studio; quello massimo di studenti che possono iscriversi a tale corso (superata la soglia si procede allo sdoppiamento, con conseguente aumento del numero di docenti necessari); la percentuale di docenti a contratto, cioè non di ruolo, cui ciascun corso può ricorrere. Garanzie basilari, insomma, per evitare quelle che nella scuola si chiamerebbero “classi pollaio”, e al contempo per limitare un utilizzo eccessivo di personale non strutturato (e malpagato).

I requisiti non piacciono a nessuno. Le Università li hanno subìti come un freno; quelle private hanno chiesto e ottenuto a più riprese deroghe tanto generose quanto inspiegabili, visto che a parità di valore legale del titolo pari devono essere i requisiti minimi di qualità; gli studenti, che dovrebbero per primi reclamare garanzie di qualità e strutture adeguate, li vedono invece come un ostacolo alla libera scelta, anche quella di finire in corsi sovraffollati e mal impostati. Chi attacca i requisiti, peraltro, trascura anche il fatto che costituiscono l’unica base oggettiva su cui impostare una richiesta plausibile di rifinanziamento del sistema. Basti vedere cosa accade nel comparto scuola, che ha raccolto risorse sostanziose proprio puntando sulla necessità di garantire un rapporto equilibrato tra docenti e studenti, a partire sempre dal presupposto che la capienza complessiva del sistema deve coincidere con la domanda.

Ora, ribadito che un “numero chiuso” nazionale non ha senso, è però sensato aspettarsi che tutti i corsi di tutti gli atenei debbano poter far fronte a un numero imprecisato e imprevedibile di studenti? Difficile sostenerlo, soprattutto in assenza di prerequisiti, visto che con qualunque diploma di maturità, e con qualunque voto, ci si iscrive a qualunque corso. Ogni sede, piaccia o no, può accogliere un numero massimo di studenti, rapportato a quello dei docenti e alle strutture disponibili; si può far finta che non sia così, ma il prezzo da pagare è l’abbassamento della qualità degli studi e l’aumento degli abbandoni, che in Italia restano altissimi.

Il problema è come conciliare queste esigenze. In Francia è un algoritmo a far incontrare desiderata degli studenti e capienza delle sedi, e quando l’algoritmo non basta si procede al sorteggio (le polemiche, com’è naturale, abbondano). In Italia non esiste al momento una politica di distribuzione dei posti, né su scala nazionale né su scala regionale o macro-regionale, anche se nel corso del tempo molte Università o sedi decentrate erano appunto sorte, almeno nelle intenzioni, per decongestionare le più popolose.

Il calo dei docenti complica ovviamente il problema, ma i veri convitati di pietra sono altri. Il primo è che la collaborazione tra sedi, soprattutto vicine tra loro, impone di ragionare preliminarmente su vocazione, strategie e dimensioni di ogni ateneo, obiettivo impossibile da raggiungere senza scontentare qualcuno. Il secondo sono le poche risorse destinate al diritto allo studio: se si decide che una sede non può accogliere più di tanti studenti, bisognerebbe poi sovvenzionare chi a quel punto dovrebbe allontanarsi, di poco o di molto. Il terzo, e più grave, è l’emorragia di studenti dal Sud al Nord, che crea capienza dove non serve e la riduce dove scarseggia.

Nell’oggettiva difficoltà di trovare soluzioni soddisfacenti si reagisce così con il solito “vietato vietare”, millantando agli studenti che il liberi tutti sia nel loro interesse. Che intanto si iscrivano, e paghino le tasse; se poi non trovano posto in aula e si perdono per strada, poco importa.


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