Studenti e ricercatori

Poca competitività con i concorsi riservati

di Umberto Cherubini

Il dibattito innescato da Dario Braga si è svolto su concetti di fondo che dovrebbero ispirare l’Università, con pochi riferimenti alla realtà regolamentare e operativa italiana. Apertura, competizione, merito si traducono nel principio di fondo che deve distinguere l’insegnamento universitario. In Università deve insegnare chi “ha fatto” la disciplina, non chi l’ha solo studiata. Il rispetto di questo principio è pratica diffusa nella parte dell’Università più esposta e aperta, quella dei corsi internazionali, dove i corsi più rilevanti vengono attribuiti per contratto a esperti provenienti dall’estero o dall’industria. Purtroppo tutto il resto dell’Università si muove in direzione opposta, e lo fa per scelta consapevole, sui temi del reclutamento del personale di ruolo e della “governance”.

Per rendere personale la descrizione, come ha fatto Dario Braga, io sono entrato in Università come professore associato nel 1998, ultimo concorso nazionale, provenendo dall’ufficio studi della Comit. Poi fino al 2008 il sistema di reclutamento ha vissuto su concorsi banditi da entità locali. Ho vinto l’ultimo di questi concorsi, nel 2008, ma purtroppo il concorso si è chiuso solo nel 2014, quando le regole di reclutamento erano già quelle attuali. Queste si riassumono in tre numeri, gli articoli di legge, e una percentuale. Articolo 18: concorsi aperti a tutti tra quelli che sono già in cattedra o hanno ottenuto la “abilitazione nazionale”. Articolo 24: concorsi riservati a personale di uno stesso ateneo, con le stesse qualificazioni di cui sopra. Articolo 29: gente che ha vinto i vecchi concorsi, il mio caso. La percentuale è che non più dell’80% dei nuovi posti può venire da concorsi riservati (cioè, articolo 24). La possibilità di bandire questi concorsi doveva esaurirsi nel 2017, ma è stata prorogata al 2019, su richiesta dei rettori.

Questa realtà dei concorsi riservati limita il grado di competitività della nostra Università, e purtroppo, riguardando in larga misura risorse giovani, incide sulle prospettive di lungo periodo. Ricordiamo la differenza tra il concetto di “abilitazione” del sistema di reclutamento corrente e quello di “idoneità” del sistema precedente. L’ “abilitazione” non è il risultato di una valutazione comparativa, e in principio può essere conferita a tutti i candidati. L’ “idoneità” dei vecchi concorsi è invece frutto di una competizione con altri candidati: se uno è idoneo, gli altri non lo sono. Per questo si ritiene che l’“abilitato” debba sottostare a una “valutazione comparativa”, cioè un concorso aperto (articolo 18) o riservato (articolo 24). Ma questo è il punto: se l’80% dei posti di prima e seconda fascia è stato coperto da bandi a concorsi riservati, significa che l’80% dei nuovi professori hanno potuto competere solo con pochissimi avversari (e nella maggior parte dei casi solo con se stessi). In più, per loro è stato soppresso anche il periodo di prova, che è rimasto solo per i vecchi “idonei”, articolo 29.

Effetti paradossali derivano da questa “protezione” degli interni. È pratica comune, ad esempio, inserire nei bandi di concorso per professori a contratto la clausola che subordina l’esito del concorso all’eventuale vincita di un concorso di un interno. Di fronte a un bando vinto da uno studioso in potenziale competizione con tutti gli studiosi del mondo, l’Università ne preferisce uno che potenzialmente ha vinto un concorso con se stesso. La ragione che sta dietro questo paradosso è la risposta che mi sono sentito dare in un organo collegiale: “una assennata gestione del bilancio”. La stessa motivazione è alla base della proroga dei concorsi riservati richiesta dai rettori, solo per quanto riguarda la seconda fascia, ovviamente. Prorogare i concorsi riservati per la prima fascia, che non aumenta la capacità di copertura dei corsi, ha significato consentire promozioni di carriera arbitrarie, e quindi esattamente il contrario di una sana gestione delle risorse.

Che fare, almeno per le generazioni future? Senz’altro abolire i concorsi riservati, e in particolare abolire da subito quelli per i posti di prima fascia. Istituire verifiche triennali indipendenti degli esiti delle politiche di reclutamento, e se non risultano conformi a criteri standard bloccare una percentuale di turn-over del dipartimento. E, soprattutto, fare tutto questo nella più piena pubblicità e trasparenza, senza la quale non ci può essere competizione.

Umberto Cherubini è coordinatore LM in Quantitative Finance dell’Università di Bologna
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