Studenti e ricercatori

Lo startupper di successo studia nelle università Usa

di Monica D’Ascenzo e Silvia Pasqualotto

Quanto conta il percorso di studi per diventare uno startupper di successo? E quanto può influire l’ateneo che si è frequentato nella scelta di un venture capital di finanziare un progetto? Se è vero che non esiste una facoltà per startupper, è vero anche che la scelta dell’università non è affatto indifferente se si vuole avviare una società innovativa e soprattutto diventare ricchi con la propria idea. Tech Cruch ha stilato una classifica che dimostra come gli startupper statunitensi di maggior successo provengano in particolare da alcuni atenei.

Il blog americano che si occupa di tecnologia e informatica, ha classificato le università sulla base del numero degli ex alunni divenuti startupper che, nel corso dell’ultimo anno, hanno raccolto almeno un milione di dollari di finanziamenti. Il risultato? Al primo posto della classifica – con 195 ex alunni - si è piazzata l’università di Stanford. Nonostante non faccia parte degli atenei della cosiddetta Ivy League (le otto università Usa più prestigiose ed elitarie), l’università californiana, nata nel 1885 nel cuore di quella che sarebbe diventata la Silicon Valley, è la più frequentata dagli startupper di successo (oltre che da 32 premi Nobel). L’esempio più famoso sono Sergey Brin e Larry Page, i due fondatori di Google che proprio qui hanno dato inizio al loro sodalizio. E sempre a Stanford hanno studiato Reid Hoffman co-fondatore di Linkedin e i fondatori di Snapchat, Evan Spiegel and Bobby Murphy.

Il resto della classifica di Tech Cruch è, com’è prevedibile, occupato dalle più importanti università della Ivy league, da prestigiosi istituti di tecnologia – come il Massachusetts institute of technology (Mit) – ma anche da grandi università di ricerca statali tra cui quella di Berkeley o la Ucla. Il Mit, che occupa il secondo posto dopo Stanford, è l’università che nell’ultimo anno ha registrato uno dei miglioramenti più eclatanti: nel 2016 gli ex studenti, che hanno fondato startup capaci di raccogliere oltre un milione di dollari, erano 108 e sono saliti a quota 134 nel 2017. In crescita anche le università di Washington, passata da 35 a 41 startup, e quella di Champaign nell’Illinois salita a 44 da 39.

«Si tratta di atenei che hanno tutti ottimi programmi Stem, una forte selezione all’ingresso – nel caso di Harvard le percentuali di ammessi si aggirano tra il 10 e l’11% delle richieste totali – e che sono fortemente connessi con i distretti del’'innovazione. Questo significa che lì arrivano solo i migliori ragazzi e ragazze da tutto il mondo, motivati anche in ragione degli alti costi (circa 50mila dollari) di questi atenei» spiega Stefano Mainetti, ceo di Polihub, l’incubatore di startup che fa capo al Politecnico di Milano.

Rientrano, invece, in una classifica a parte le business school tra le quali Harvard fa da padrona: con oltre 1.800 studenti si piazza infatti al primo posto con 124 startup. Ma Harvard domina anche la classifica delle università con gli ex alunni startupper che hanno raccolto il maggior numero di finanziamenti. Tra queste, a differenza della classifica precedente, sono presenti nelle prime posizioni anche gli atenei di Chicago (University of Chicago) e il Baruch College di New York. Qui ha studiato, ad esempio, Adam Nerumann, fondatore di WeWork, startup che lo scorso anno ha chiuso un round di finanziamento di 4 miliardi di dollari. Mentre ha frequentato l’ateneo di Chicago il fondatore di Grab, la startup asiatica che si è aggiudicata fondi per 2,55 miliardi.

A guardare i dati statunitensi sembra quindi che gli startupper di successo abbiano in comune il fatto di aver frequentato atenei prestigiosi con ottimi programmi di business o in ambito Stem. Altra garanzia di successo sembra essere il fatto che l’ateneo si trovi in un’area metropolitana, meglio ancora se – come nel caso di Stanford – inserita in un «forte ecosistema tecnologico con facile accesso ai venture capital». Ed è proprio l’aver creato un vero ecosistema intorno a questi atenei che secondo Mainetti fa la differenza: «Negli Stati Uniti esistono già da anni corsi per fondare una startup, e per sviluppare capacità imprenditoriali. Ma in America hanno anche puntato su tutte le professionalità che compongono l’ecosistema delle startup». Vale a dire corsi per business angels e per tutte quelle professionalità che devono selezionare o formare gli startupper. Certo, poi, la grande disponibilità di capitali è un volano considerevole per le nuove imprese: «Gli studenti possono, fin dall’università, presentare le proprie idee alle aziende partecipando a contest dove lo stesso ateneo mette in palio fondi per 500mila dollari. Si tratta quindi di un percorso organico, nato consapevolmente per creare questi nuovi imprenditori e che ha successo quasi nel 90% dei casi».


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