Studenti e ricercatori

Tre nuove rotte per gli atenei del futuro

di Massimo Clementi

Sono certamente condivisibili molte delle proposte emerse nel contesto della discussione aperta da Il Sole 24 Ore sull’Università italiana. In particolare, si è segnalato come quaranta anni di mancanza di lungimiranza legislativa stiano pesando enormemente su tutto il sistema universitario nazionale. Non ritorno sui temi già trattati e sulle soluzioni proposte, ma tre correzioni di rotta mi sembrano particolarmente importanti e urgenti.

Competitività dei reclutamenti. È macroscopicamente evidente come al sistema universitario italiano manchi la competitività nell’avvio e nella progressione della carriera dei docenti. Nessuna riforma potrà mai introdurre competitività, se la progressione della carriera universitaria è gestita con meccanismi che favoriscono i docenti interni. Perché non eliminare i concorsi (almeno per la fascia degli Ordinari) come è stato fatto altrove da tempo? Perché non eliminare il posto di ruolo per i Professori Ordinari e non introdurre un reclutamento per chiamata diretta e contratti quinquennali (rinnovabili)? Sono perfettamente consapevole che ciò richiederebbe una serie di cambiamenti, come il tanto discusso annullamento del valore legale del titolo di studio e un meccanismo che premi le chiamate dirette virtuose e punisca quelle dimostratesi non all’altezza. Ma un po’ di coraggio in situazioni di crisi è indispensabile. Questo modello sta funzionando perfettamente nel mondo anglosassone da decenni.

Università pubbliche e private. Manca, con poche lodevoli, individuali eccezioni (Università Bocconi per Economia, Università San Raffaele per Medicina e Chirurgia, Università Cattolica quale università generalista, Iulm per la scienza della comunicazione), un “sistema” delle Università private che possa competere in modo strutturale nella formazione avanzata. Tale competizione sarebbe virtuosa anche per le università pubbliche che dovrebbero confrontarsi in un contesto non solo nazionale, ma sempre più globale, con realtà diverse e dinamiche. Purtroppo, le università private in virtù del rigido sistema di controllo operativo al quale sono tenute nel nostro Paese (nel reclutamento dei professori, nei programmi, nei processi di gestione) sono fortemente frenate sia nel differenziare l’offerta formativa aggiornandola a canoni moderni, sia nella sperimentazione didattica avanzata. Favorire la crescita di un sistema misto con offerta universitaria pubblica e privata, rappresenterebbe una grande evoluzione per il nostro Paese e una introduzione di dinamicità in un mondo che oggi rischia di essere sin troppo statico.

Sviluppo dei prodotti della ricerca. Manca una disciplina che favorisca quegli organismi tecnico-scientifici collegati agli Atenei per lo sviluppo dei prodotti della ricerca. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e, più recentemente, in Asia, molti Atenei pubblici e privati hanno da tempo sviluppato al loro fianco parchi scientifici di prim’ordine, istituzioni che rappresentano, ad un tempo, i terminali della ricerca universitaria e i volani per l’economia e lo sviluppo dei territori. Le università ricevono un beneficio (anche economico) da tali organismi, si crea occupazione nell’innovazione e si stimola la ricerca scientifica. In Italia sono stati realizzati, spesso con lodevoli intenzioni di partenza, almeno a parole, pallidi e costosi simulacri, non sempre adatti allo scopo. Può sembrare velleitario incidere in tempi brevi anche solo su questi tre aspetti, ma ciò rappresenterebbe, a mio avviso, la strada maestra per dare nuova vita ad un sistema sempre più debole. Occorre invece riportare ottimismo, in modo che l’Università, specchio estremo del Paese, diventi, anche da noi, quel virtuoso rompighiaccio per la crescita che potrebbe essere, attraverso creatività, innovazione, ottima didattica, eccellenza nel corpo docente e studenti qualificati e motivati.

Dean, Faculty of Medicine Vita-Salute San Raffaele University
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