Studenti e ricercatori

Cooptazione e persone di qualità

di Daniele Terlizzese*

Sul Sole 24 Ore del 20 luglio Dario Braga ha esposto tre importanti considerazioni sull’Università italiana.

Primo: L’accesso dei docenti all’Università avviene inevitabilmente per cooptazione, perché «ricercatori e studiosi non sono intercambiabili». Nei sistemi universitari migliori si tratta di una cooptazione trasparente e responsabile, poiché soggetta al vaglio della comunità scientifica internazionale. In Italia essa avviene dietro al paravento del concorso pubblico, il cui formalismo annacqua fino a far scomparire la responsabilità della scelta e favorisce l’esercizio del potere accademico a difesa di comodi recinti disciplinari.

Secondo: La mancanza di una cooptazione trasparente e responsabile è la principale causa del localismo, della scarsa capacità di attrazione internazionale, dell’emorragia di talenti verso l’estero e di altri malanni che affliggono la nostra università.

Terzo: Serve un ripensamento profondo dell’Università italiana, che coinvolga le risorse a essa destinate, gli incentivi alla mobilità, la liberalizzazione delle forme contrattuali.

Sono considerazioni che condivido. Vorrei però renderne esplicita un’altra, che mi sembra le sottenda, e che credo andrebbe messa al centro del dibattito. La cooptazione funziona bene quando la scelta di persone di qualità è premiata, quella di persone di scarso valore stigmatizzata. Nei sistemi universitari migliori questo è ciò che accade; talvolta attraverso una valutazione centralizzata, autorevole e indipendente, a cui corrisponde l’attribuzione di risorse cospicue e fortemente concentrate sui dipartimenti meglio valutati (sistema inglese); in altri casi la valutazione è decentrata, lasciata agli utenti (famiglie e studenti) che scelgono dove andare e in tal modo portano più risorse ai dipartimenti che esercitano una maggiore attrattiva (sistema statunitense); in entrambi i casi, un ruolo importante è anche svolto dalle donazioni private, che finanziano cattedre e strutture, esercitando un mecenatismo disinteressato di cui purtroppo nel nostro Paese, che pure l’ha inventato, si è persa traccia. Qualunque forma prendano, centralizzati o di mercato, è essenziale però che chi sceglie abbia incentivi chiari e potenti a prendere i migliori. Con gli incentivi appropriati, anche il formalismo del concorso pubblico non impedirebbe la discrezionalità indispensabile per una selezione efficace; viceversa, senza di essi il passaggio dalla procedura concorsuale alla cooptazione esplicita accentuerebbe solamente il localismo e la chiusura del nostro sistema universitario.

Con l’esercizio di valutazione della qualità della ricerca (VQR) ci siamo mossi nella direzione giusta. Ancora troppo poche, però, sono le risorse che essa attribuisce e, soprattutto, è ancora troppo uniforme la loro ripartizione tra i vari Dipartimenti; prevale la preoccupazione di non penalizzare né di avvantaggiare troppo nessuno: solo questo spiega l’introduzione di clausole di salvaguardia che limitino al 5% la riduzione dei fondi attribuiti a ciascun ateneo o impediscano a ciascun ateneo di avere più fondi dell’anno precedente (come quelle contenute nel Decreto ministeriale 700 del 2013). I sistemi universitari che hanno i risultati migliori hanno una struttura piramidale: un numero limitato di centri di eccellenza, alla frontiera della ricerca, che attraggono i migliori docenti e i migliori studenti; una fascia più ampia di atenei meno selettivi, ma comunque attivi nella ricerca e che aspirano a entrare nel gruppo degli eccellenti; infine, una base ancor più ampia di atenei prevalentemente dediti all’insegnamento, poco selettivi.

So che un modello del genere attira la critica di elitarismo: non si possono avere atenei, docenti o studenti di serie A e di serie B o C! Eppure l’Università non è la scuola di Barbiana; è il modo con cui una società trasmette la frontiera della conoscenza a coloro che sono meglio in grado di spostarla in avanti, e non tutti hanno questa capacità. Naturalmente bisogna fare ogni sforzo per evitare che il reddito familiare sia il discrimine tra chi ha e chi non ha tale capacità, e ciò richiede interventi che comincino molto prima dell’università e in ambiti che non sono solo quello educativo. Ma a un certo punto, e nelle condizioni ereditate dal passato, è necessario distinguere, scegliere, attribuire risorse e compiti.

Un sistema universitario uniforme non sarà mai uniformemente eccellente, l’eccellenza richiede concentrazione e specializzazione. Il Paese può legittimamente privilegiare l’uniformità all’eccellenza. Oppure può scegliere la strada seguita dai sistemi universitari che più contribuiscono al progresso della conoscenza. Se ci fosse chiarezza, in Parlamento, su qual è la direzione da prendere, sarebbe molto più semplice disegnare il sistema di incentivi adeguato.

*Daniele Terlizzese è direttore EIEF (Einaudi Institute for Economics and Finance)
© RIPRODUZIONE RISERVATA