Studenti e ricercatori

In Parlamento consenso bipartisan

di Eugenio Bruno

Se non fosse per le fibrillazioni della maggioranza e per la legislatura ormai agli sgoccioli verrebbe quasi da pensare che il Parlamento italiano è pronto ad affrontare la “questione universitaria”. E magari a uscire dall’ossessione del “posto” che Dario Braga ha descritto sul Sole 24 Ore di ieri e che sembra ancora in cima ai pensieri del mondo accademico come dimostra la minaccia di sciopero degli esami - causa il mancato recupero degli scatti stipendiali - avanzata nei giorni scorsi e ancora pendente. È la sensazione che deriva da una prima ricognizione delle reazioni (e dell’umore) dei parlamentari più avvezzi al tema.

Come conferma Manuela Ghizzoni (Pd): «È una richiesta che accolgo con ancora più favore visto che si rivolge all’intera società civile». Bene rimettere al centro il tema dei finanziamenti alla ricerca, della mobilità dei ricercatori, dell’ammodernamento dei laboratori purché «anche il mondo accademico faccia la sua parte». Cosa che invece non è accaduta - rileva la deputata dem - «quando ci siamo occupati del diritto allo studio». Con due appunti di contorno. La prima è che «non è vero che in 40 anni il mondo universitario non ha ripensato se stesso. E mi riferisco - spiega - a tutto il dibattito degli anni 90 sull’autonomia e sul processo di Bologna». La seconda riguarda le procedure concorsuali: «Che cosa impedisce all’accademia di operare con trasparenza visto che oggi i concorsi sono locali e gli atenei possono scegliere i migliori tra gli abilitati?», si chiede Ghizzoni.

Abilitazione nazionale che è stata introdotta nel 2010 dall’allora ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, oggi deputata di Forza Italia. Parlando della sua riforma la parlamentare azzurra si dice «pronta a fare di più e di meglio» ad esempio «per evitare i casi di “Parentopoli” e rafforzare il merito». Mentre - ammonisce - se si tratta di criticarla semplicemente per favorire il ritorno al passato allora non sono d’accordo».

Disponibilità a discuterne alle Camere giunge da un’altra ex titolare del Miur, Stefania Giannini, penultima a sedersi alla scrivania che fu di Benedetto Croce. E artefice di una correzione al sistema dell’abilitazione nazionale (la sua trasformazione «a sportello», cioè sempre aperta) che - a suo dire - ne ha corretto alcune storture. La senatrice che nel 2015 da Scelta civica è passata ai dem è consapevole che la vera emergenza è «ridare ossigeno al sistema universitario». Innanzitutto alla ricerca di base «che deve diventare aggressiva se vogliamo attrarre talenti e non sprecare l’occasione offerta da Industria 4.0». Trovando se possibile la forza di correggere un’altra stortura tipicamente italiana: considerare le università un comparto della pubblica amministrazione. Che non significa - specifica - augurarsi la loro privatizzazione, bensì «eliminare alcuni elementi di fatica e lentezza».

L’appello a occuparsi di università in maniera più ampia viene raccolto e rilanciato dai 5 Stelle. «Abbiamo sempre denunciato come il tema sia stato trascurato da questo governo», commenta il deputato Gianluca Vacca che rivela come il dibattito tra i pentastellati su qual è il sistema migliore sia ancora aperto. Che il reclutamento così com’è oggi vada migliorato è infatti evidente - aggiunge - ma lo è anche il fatto che ci troviamo di fronte a un sistema di cooptazione mascherata. Da qui la duplice considerazione che «l’abilitazione deve essere migliorata e limitata all’accertamento del possesso dei criteri minimi» dei candidati e che «le procedure comparative degli atenei sono spesso finte». Consci che l’urgenza vera deve essere «aumentare il basso numero di laureati». Lavorando tutti insieme per questo obiettivo come accaduto sull’introduzione della no tax area per gli studenti: «Abbiamo perso 4 anni a combattere per introdurla e alla fine ci siamo riusciti nell’ultima legge di bilancio». Una delle poche (e vere) larghe intese realizzate fin qui.


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