Pianeta atenei

Corsi internazionali e hi-tech per attrarre talenti dall’estero

di Alberto Magnani

L’ultima edizione del Qs world university ranking, una delle principali classifiche universitarie al mondo, ha registrato per la prima volta nella sua storia quattro italiane nella top 200: Politecnico di Milano (170ima, in crescita di oltre 10 posizioni rispetto all’anno precedente), Alma Mater - università di Bologna (188ima) e il tandem formato dai collegi d’eccellenza Scuola superiore Sant’Anna e Scuola Normale di Pisa (al 192imo posto).

La buona notizia è il salto in avanti dei nostri atenei, in genere confinati ben oltre il 200imo gradino della classifica. Quella negativa è che si parla ancora delle retrovie, soprattutto nel confronto con i poli in crescita di Francia, Germania, Paesi Bassi e Svizzera. Stefano Caselli, prorettore per gli affari internazionali della Bocconi, spiega che il risultato delle università italiane è «comunque positivo, perché stiamo parlando di un ranking (il Qs, ndr) di oltre 900 soggetti e non è così scontato essere tra i primi 200. Però possiamo sicuramente migliorare».

La business school della Bocconi è nella top 10 europea di un’altra classifica blasonata, quella del Financial Times, e rientra nel circuito internazionale del Cems (The global alliance in management education, un’associazione di business school e aziende che ha tenuto il suo ultimo meeting proprio a Milano).

Eppure l’ateneo che le sta alle spalle fa fatica a comparire nei ranking generali, anche se sta lavorando da anni sui fattori che potrebbero accrescere l’appeal dei nostri poli su scala internazionale. Quali sono? In primo luogo la capacità di attrarre risorse e matricole dall’estero: «C’è chi pensa che il problema sia che abbiamo pochi corsi in inglese. Ma non è così semplice – spiega Caselli –. Bisogna ripensare tutti i contenuti e spingere su ambiti che possano avere risonanza anche oltre al nostro Paese, come l’integrazione di elementi Ict anche in programmi tradizionali». La stessa Bocconi ha sperimentato quest’anno un corso in economics, management and computer science concentrato sui nuovi modelli dell’economia digitale, attirando una buona quota di iscrizioni da Europa (Francia, Germania) e Asia (soprattutto la Cina). Un modello già stato sperimentato da altri istituti, dai master in data science attivati a Bologna ai corsi orientati a innovazione e digitali comparsi negli atenei di Torino, Milano e Pisa.

«Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di inserire la programmazione in tutti i corsi – dice Caselli –. E non parlo di Excel ma di sapersi muovere su linguaggi come Python o altri codici professionali. Sono elementi sempre più richiesti dal mercato, e gli studenti internazionali lo sanno bene quando scelgono».


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