Pianeta atenei

Un’esperienza di studi all’estero marcia in più verso il lavoro

di Adriano Lovera

Scegliere un percorso accademico dal respiro internazionale dà una marcia in più. Le opportunità ci sono e sono sempre più numerose. Parliamo di accesso al programma Erasmus+, ma anche dell’opzione di frequentare un corso in una lingua straniera o di scegliere un corso di laurea con cui si consegue un doppio titolo (il cosiddetto “double degree”) in virtù di una partnership tra un ateneo italiano e uno estero.

Perché scegliere queste strade? Naturalmente la passione personale conta. Ma l’utilità è dimostrata anche dai fatti. Secondo gli ultimi dati di AlmaLaurea, un’esperienza all’estero durante gli studi aumenta del 12% la capacità di trovare un’occupazione adeguata. Inoltre, un percorso a vocazione internazionale apre la strada verso le multinazionali o verso un eventuale impiego oltreconfine, una condizione che oggi sta a metà fra l’opportunità e la necessità, considerando la debolezza persistente del nostro mercato del lavoro. E i giovani ormai lo sanno. Sempre secondo AlmaLaurea, il 49% dei laureati del 2016 è disposto a trasferirsi in un Paese europeo. Era il 38% nel 2006. E già oggi si calcola che il 7% dei nostri laureati si sia trasferito all’estero, a cinque anni dal conseguimento del titolo.

«Avere un background internazionale è un plus importante, a prescindere dal settore - commenta Stefano Scabbio, presidente di Assolavoro, l’associazione nazionale delle agenzie per il lavoro -. In modo particolare nelle grandi multinazionali, ormai i team sono multietnici e le funzioni delocalizzate da remoto nelle varie sedi. Aver studiato e lavorato con “colleghi” stranieri, parlando tutti i giorni in inglese, sviluppa molte delle competenze di cui le aziende sono a caccia: flessibilità, efficacia comunicativa, multiculturalità. E non solo nei campi più scontati, come finanza o ingegneria, ma anche per alimentare, moda, lusso, aerospazio e nel segmento ricettivo-turistico». Attualmente, dice AlmaLaurea, il 12% dei laureati italiani ha avuto una qualche forma di esperienza di studio all’estero, con percentuali più rilevanti nelle classi magistrali (15%), con tassi sopra la media in ambito linguistico (27%), di ingegneria (21%), architettura (19%), scientifico ed economico-statistico (16%).

«Un inglese più che buono ormai è imprescindibile, il livello scolastico non è davvero accettabile neppure per profili basici e neppure nelle aziende di medie dimensioni - conclude il presidente di Assolavoro -. Se parliamo invece di una seconda lingua da affiancare, se guardiamo ai mercati verso cui le nostre imprese hanno maggiori rapporti in prima fila ci sono il tedesco, il russo, lo spagnolo e il cinese che è in continua ascesa».


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