Studenti e ricercatori

Università, la buona notizia è che ben 30 atenei italiani sono da Top1000 nel mondo

di Manuela Ghizzoni*

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Quattro università italiane tra le 200 migliori al mondo: sono poche? sono tante? sono sufficienti? Ad ogni pubblicazione di graduatorie internazionali sulla formazione superiore si scatenano le polemiche e i giudizi, spesso anche contradditori. Tutti legittimi, ma si legge di tutto e il contrario di tutto: che le risorse destinate alle università sono scarse (e personalmente sono di questo avviso), mentre per altri sono sufficienti ma spese male; che quattro atenei nei primi 200 è un risultato soddisfacente, mentre per alcuni è deludente.

Com'è noto, gli estensori di ogni graduatoria scelgono i parametri che ritengono siano più adeguati ai propri obiettivi di analisi: ne consegue che, molto spesso, classifiche ugualmente internazionali possono approdare a conclusioni anche molto distanti tra loro. Quella appena pubblica - la Qs world University Rankings - è senz'altro una delle più prestigiose e più documentate (hanno risposto al sondaggio annuale 75mila accademici e 40mila aziende e specialisti del settore) e mi pare che non se ne sia colto l'indirizzo – anche politico - più significativo per il nostro Paese: se “solo” quattro atenei italiani sono tra i primi 200 al mondo (anche se bisogna davvero congratularsi con il Polimi, Bologna e i due atenei pisani per il grande risultato raggiunto), è altrettanto vero che nelle prime mille università del ranking le italiane siano ben trenta (in un sistema nazionale che ne conta complessivamente 66 statali e 19 non statali). Quindi, riferendoci ad una platea di 26mila atenei nel mondo – come indicato dal rettore di Bologna, Francesco Ubertini - i “nostri quattro moschettieri” si posizionano nell'1% dei migliori atenei globali, ma ben trenta università italiane sono nel primo 4%. Un risultato per nulla scontato e soprattutto non eguagliato in realtà, come quelle statunitensi o francesi, che pure si prendono spesso a riferimento.

Il ragionamento prende spunto da uno studio pubblicato, nel maggio scorso, su Lavoce.it proprio da un docente del Politecnico di Milano, Alfonso Fuggetta, redatto con l'intento di fornire “istruzioni per l'uso” delle varie classifiche internazionali. Sulla base dei dati del World Economic Forum 2017, Fuggetta conclude che “in Italia il 20 per cento circa delle università del Paese offre una formazione da Top 1000. In Usa sono solo l'8,4 per cento e in Francia la percentuale scende al 7,5 per cento”. Fatti i dovuti distinguo, già sottolineati precedentemente, sulla comparabilità dei dati, si tratta di conclusioni che segnalano un fenomeno di non poco conto: è tutto il nostro sistema che è mediamente di alta qualità e non punta, come altri Paesi solo su alcune, blasonate eccellenze, che portano indubitati vantaggi ma a davvero pochi studenti. Un sistema diffuso di qualità significa maggiori possibilità di una solida preparazione per un numero alto di ragazzi e della loro futura affermazione sociale e professionale. Detto questo, i tanti problemi delle nostre università (che si riflettono anche sugli esiti delle classifiche internazionali, coma ad esempio il blocco del turn over, che ci svantaggia nel rapporto docenti/studenti, o la bassa percentuale di laureati rispetto agli altri Paesi Ocse) rimangono e vanno affrontati con apposite politiche da perseguire tenacemente. Ma è anche opportuno sottolineare quelle strategie, frutto di anni di impegno degli atenei ma non solo, che invece funzionano e di cui si parla troppo poco.

* L’autrice è Parlamentare Pd, Commissione Cultura della Camera


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