Pianeta atenei

«Ma la strada tracciata era quella giusta»

di Mar.B.

È il “padre” della riforma. È lui che ha firmato, come ministro dell’Istruzione, il Dm 509/1999 che ha aperto le porte in Italia al «3+2» e ai crediti formativi. Ma, come accade spesso in Italia, non ha fatto in tempo a veder crescere la sua creatura perché dopo solo un anno, con la caduta del Governo, ha lasciato il ministero. «E così l’attuazione è stata lasciata all’improvvisazione, abbandonando gli studenti al loro destino e compiendo così un atto di gravità inaudita».

Ma la riforma era davvero indispensabile?

Assolutamente sì. La riforma è frutto di un processo europeo che puntava a rendere uguale la durata dei corsi di studio. Un passaggio cruciale che oggi consente ai nostri giovani di farsi riconoscere il proprio titolo di studio all’estero e lavorare così in un altro Paese europeo. E poi era giusto introdurre lauree di primo livello più brevi e funzionali visto che allora ben il 70% degli iscritti si perdeva per strada.

Dove si è sbagliato allora?

Innanzitutto, c’è stato un approccio dei docenti universitari frutto di una vecchia mentalità rigoristica che ha pensato di rinchiudere in tre anni quello che prima si faceva in quattro. E invece le lauree triennali dovevano essere diverse e più leggere.

Colpa solo dell’università?

La responsabilità è anche dello Stato e della politica che doveva lavorare per aiutare le università a definire il profilo e lo sbocco occupazionale per ogni laurea triennale. Era fondamentale far capire agli studenti che cosa potevano fare con quel titolo di studio se si iscrivevano a un corso o a un altro. E questo si poteva e si doveva fare coinvolgendo il mondo delle imprese e delle professioni per definire questi profili. Cosa che non è stata ancora fatta.

L’avvio delle lauree professionali, previste dal 2018 come sperimentazione, può essere la giusta risposta?

Sì, può essere una via corretta a patto che si trovi il giusto equilibrio perché sempre lauree devono restare e quindi non si deve cancellare la componente culturale. E poi non devono confondersi con gli Its che hanno attivato corsi post diploma molto utili per l’inserimento nelle aziende di figure tecniche altamente specializzate. Corsi questi che purtroppo soffrono di poca comunicazione a famiglie e studenti.

Cosa manca ancora?

Ridefinire bene anche il percorso successivo alla laurea. Mi riferisco in particolare ai dottorati, figure che all’estero, con il titolo di PhD, vengono impiegate per i lavori più qualificati nelle aziende e nella pubblica amministrazione, mentre in Italia il dottorato viene ancora vissuto come un corso di specializzazione con cui si accede alla docenza universitaria.

Serve il dottorato industriale dunque?

Possono essere molto utili perché introducono nelle imprese l’innovazione e la ricerca necessari per poter migliorare la produttività.


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