Studenti e ricercatori

Dipartimenti di eccellenza: nuovo fronte della questione meridionale?

di Vincenzo Militello*

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In questi giorni è stata resa pubblica la pre-selezione dei Dipartimenti universitari che possono aspirare ad accedere ad un nuovo tipo di finanziamenti, istituito dalla legge finanziaria 2017 quale sezione ad hoc del Fondo ordinario di finanziamento delle Università. Come esplicita la stessa intestazione (“Fondo per il finanziamento dei dipartimenti universitari di eccellenza”), il criterio guida per la ripartizione è qualitativo e premia le strutture valutate come migliori per la ricerca prodotta nel periodo 2011-2014.
L'innovazione si innesta dunque nel più generale processo di valutazione della qualità della ricerca che, pur se avviato solo nell'ultimo quindicennio, si caratterizza come uno dei tratti tipici della vita delle nostre Università, ormai al centro di una ridisegnata architettura istituzionale, con una apposita Agenzia Nazionale di Valutazione della Università e della Ricerca che affianca il Ministero dell'Università per tutte le valutazioni di qualità della ricerca.
Proprio l'ANVUR ha calcolato i valori che hanno portato alla graduatoria dei dipartimenti di eccellenza, a partire appunto dai risultati della valutazione della qualità della ricerca pubblicati nel febbraio scorso. In tal modo, si è dato una valenza ulteriore a tale attività di valutazione che, oltre ad essere molto dispendiosa in termini di risorse umane e finanziarie, è particolarmente delicata nella definizione ed applicazione di criteri affidabili di determinazione dei risultati, stante anche l'eterogeneità delle varie aree scientifiche.
Ciò nonostante, un dato dovrebbe essere sicuro: un sistema volto a premiare i risultati dello sforzo per una ricerca di qualità rappresenta una politica pubblica di finanziamento del sistema universitario più avanzata di quella basata su fattori meramente quantitativi. Basti pensare ai limiti insiti nel criterio del costo standard per studente, da tempo indicatore da cui dipende una quota significativa nella distribuzione del fondo ordinario di finanziamento e che comporta una tendenziale rincorsa ad accaparrarsi un numero elevato di iscritti, anche a costo di non preoccuparsi della qualità della formazione erogata. La stessa proliferazione delle sedi dei corsi di studi non è stata immune dalle conseguenze di queste logiche quantitative.
La graduatoria appena pubblicata dei dipartimenti di eccellenza ha però suscitato l'attenzione pubblica per un profilo diverso da quelli della diffusione della cultura della valutazione e dall'innesto di elementi di premialità qualitativa nella ripartizione dei finanziamenti ordinari. E' saltato all'occhio il dato che nelle prime 180 posizioni solo una trentina di dipartimenti si collocano nell'area del mezzogiorno e delle isole, essendo invece del centro-nord la stragrande maggioranza. Da qui la critica che il nuovo sistema avvantaggi solo la parte del paese più sviluppata, mentre trascuri proprio le Università che avrebbero bisogno di essere sostenute con un surplus di energie per recuperare lo svantaggio del contesto complessivo in cui operano.
In effetti, il divario nord-sud si registra anche nel sistema universitario: se i risultati della seconda tornata di valutazione della qualità della ricerca (quella appunto 2011-2014) hanno evidenziato una tendenza ad una riduzione di tale divario, al contempo se ne è confermata l'esistenza e l'ancora attuale significatività. Inoltre, gli squilibri territoriali non sono stati contrastati dalla politica in materia di Università, che ha invece ridotto in misura più accentuata i fondi proprio alle Università meridionali: come indica l'ultimo rapporto SVIMEZ (2016), il fondo di finanziamento ordinario dal 2008 al 2015 è diminuito del 24% al Mezzogiorno, 21% al Centro e 14% al Nord.
In questa situazione, tuttavia, appare ben strano che l'esigenza di operare un riequilibrio di questa situazione sia richiamata per inficiare la validità della scelta di premiare i dipartimenti di eccellenza: ciò non solo perché una tale critica trascura l'importanza della progressiva diffusione di politiche pubbliche che incentivino la qualità della ricerca scientifica, settore strategico per il sistema paese in un contesto internazionale sempre più aperto al confronto. Inoltre, si finisce per sfocare il risultato raggiunto dai dipartimenti meridionali entrati nella graduatoria di eccellenza, i quali invece hanno dimostrato di aver bene operato nonostante le condizioni avverse del proprio contesto, pervenendo a risultati degni di essere premiati. Per questi dipartimenti, un accorto uso delle risorse aggiuntive che per un quinquennio sono assicurati costituisce una occasione importante di sviluppo.
Piuttosto che buttare il bambino con l'acqua sporca, rifiutando il sistema del finanziamento premiale per i dipartimenti di eccellenza, la giusta considerazione dell'esigenza di sostenere le Università meridionali e il riequilibrio delle condizioni date dal contesto territoriale devono essere poste al centro di una politica ad hoc, parallela a quella che premia la qualità e rivolta a considerare espressamente la specificità del gap interno al sistema universitario italiano. Se non si riesce a trovare risorse aggiuntive, si potrebbe almeno ritagliare una quota del fondo ordinario di finanziamento delle università, come è stato appunto per il sostegno ai Dipartimenti di eccellenza. I criteri di assegnazione per tali risorse aggiuntive di riequilibrio non sono certo facili, perché non può trattarsi di fondi meramente assistenziali o a pioggia, che non avrebbero reale impatto sulle condizioni che vogliono contrastare. Ma se una riflessione sulle forme tecniche di un tale riequilibrio va sicuramente approfondita, quello che conta è condividere la consapevolezza che in fondo, intervenire espressamente per sostenere le Università operanti nel contesto del sud e delle isole non è altro che un aspetto della questione meridionale, il cui rilievo per il sistema paese rimane cruciale.

*L’autore è ordinario di diritto penale all’Università di Palermo


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