Pianeta atenei

Il ritorno (possibile) delle cattedre Natta

di Marzio Bartoloni

Le controverse «cattedre Natta» nate per chiamare ogni anno 500 super cervelli - italiani e stranieri - a insegnare nel nostro Paese hanno ancora una chance. Date per spacciate o quantomeno accantonate dopo la sonante bocciatura del Consiglio di Stato di fine 2016 e soprattutto dopo l’uscita di scena del premier Renzi che ne aveva issato la bandiera per internazionalizzare i nostri atenei, ora sono risalite sui binari. Una nuova bozza di Dpcm, a cui ha lavorato il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, è infatti allo studio di Palazzo Chigi. Tra le principali novità c’è la previsione di un ampio coinvolgimento della comunità scientifica nelle procedure di selezione di questi super-docenti, oltre alla promessa nel caso di rivedere tutto il meccanismo dopo tre anni.

Il decreto potrebbe arrivare nei prossimi giorni in Parlamento per i pareri di rito prima del via libera definitivo. Un passaggio sicuramente non scontato e facile, anche perché in caso di un avvicinamento delle urne, magari subito dopo l’estate, oltre ai tempi più stretti che potrebbero affondare definitivamente il progetto, tornerebbero in auge anche le forti polemiche che ha sollevato questa misura annunciata per la prima volta dall’ex premier Renzi nelle famose slide della legge di stabilità del 2016. E per le quali il Governo ha stanziato subito 38 milioni e 75 milioni all’anno dal 2017 in poi per creare appunto il «fondo Natta» (dal nome del nostro ultimo premio Nobel per la chimica) con l’obiettivo di finanziare 500 chiamate dirette all’anno di docenti di prima e seconda fascia a cui affidare - con la promessa di uno stipendio più alto dei colleghi - la cattedra, senza dover passare per l’iter ordinario, complesso e faticoso, che seguono migliaia di aspiranti prof e che prevede prima l’abilitazione e poi la selezione degli atenei.

Una “corsia preferenziale” che ha fatto storcere la bocca a molti nel mondo accademico reduce da anni di tagli. Dal 2008 le nostre università hanno perso quasi 15mila docenti (oltre il 20%). Le cattedre Natta dovevano in questo senso rappresentare una piccola boccata d’ossigeno. E anche un tentativo di aprire le porte a forze nuove, meglio se provenienti dall’estero (da qui anche la previsione di incentivi economici maggiori). I numeri sulla bassa attrattività della nostra università del resto sono impietosi: in Italia - secondo i dati Miur - ci sono solo 99 docenti ordinari stranieri e 198 associati che vengono dall’estero. A cui si aggiungono circa 1.300 prof stranieri a contratto (l’unica via per evitare la burocrazia per accedere alla cattedra). In pratica meno del 3% di chi insegna in Italia viene da un altro Paese. Numeri che fanno il paio con la presenza di studenti stranieri che sono meno del 5% di tutti gli iscritti. Non solo. In 10 anni solo 32 vincitori di Erc non italiani (le borse più prestigiose per fare ricerca in Europa) hanno scelto il nostro Paese per svolgere i loro progetti scientifici. A fronte dei 300 italiani che hanno vinto questi grant (che valgono fino a 2,5 milioni) che sono andati all’estero.

Finora le procedure messe in campo in passato per chiamare docenti dall’estero hanno funzionato poco e male: «Ci sono troppe complicazioni e troppi interventi normativi che fanno regnare la confusione e l’incertezza», avverte il presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun), Carla Barbati. Che segnala tra l’altro come «nelle circa 100 pratiche che esaminiamo ogni anno, si tratta, nella maggior parte dei casi, di italiani che vogliono ritornare». Sono almeno tre le procedure attualmente in vigore per le chiamate dirette: una prevista dalla legge Moratti (la 230/2005), che prevede comunque l’ottenimento dell’abilitazione italiana, la seconda - una sorta di chiamata “direttissima” - destinata ai vincitori di grandi progetti di ricerca di rilievo europeo o nazionale (senza abilitazione)  e infine le chiamate per chiara fama a cui però le università hanno fatto poco ricorso. A questo impianto già complicato si aggiungerebbe ora, nel caso fosse varata, anche la procedura delle cattedre Natta che il mondo accademico avverte come un corpo estraneo. Anche perché tra l’altro questa corsia speciale - anche nella nuova bozza di Dpcm che ne ha rivisto alcuni aspetti - prevede incentivi retributivi in più per chi sarà scelto dagli atenei dalla lista dei 500 vincitori. Il nuovo decreto stabilisce infatti che ai vincitori siano attribuite «due classi stipendiali» per i nuovi docenti e «due classi di avanzamento stipendiale rispetto a quella in godimento» per i docenti che già insegnano. A questo riconoscimento retributivo ogni ateneo «con oneri a carico del proprio bilancio» potrà riconoscere al professore «fino a cinque classi ulteriori» rispetto alle classi stipendiali previste come base. Un modo questo per rendere più attraente la possibilità di venire a fare ricerca e insegnamento in Italia. «Anche se - aggiunge la presidente del Cun Barbati - il vero problema non sono tanto gli stipendi, ma i fondi e le risorse scientifiche a disposizione nel nostro Paese per fare ricerca che sono sottodimensionate rispetto agli altri».

A finire nel mirino delle critiche più veementi nel vecchio Dpcm licenziato la scorsa estate era stata in particolare la previsione di affidare la nomine dei presidenti delle commissioni selezionatrici delle cattedre Natta direttamente a Palazzo Chigi (qualcuno evocò addirittura i tempi del fascismo). Presidenti che a loro volta avrebbero poi scelto gli altri due membri delle commissioni. Critiche, queste, riprese anche dal Consiglio di Stato che ha censurato la procedura perché in sostanza minacciava l’autonomia universitaria. Il decreto ora però è stato rivisto accogliendo diverse rilievi dei giudici di Palazzo Spada. Come ha ricordato la stessa ministra Valeria Fedeli, che nei giorni scorsi ha annunciato il riavvio dell’iter:  «Ci stiamo lavorando con la Presidenza del Consiglio per far sì che sia assicurato, in linea con quanto chiesto dal Consiglio di Stato, l’ampio coinvolgimento della comunità universitaria e dei diversi settori scientifici». Nel nuovo decreto i presidenti delle 25 commissioni di selezione saranno scelti dal Miur (e non più da Palazzo Chigi) da tre liste redatte dalla Conferenza dei rettori (Crui), dal Cun e dalla Consulta dei presidenti degli enti di ricerca e dall’Accademia dei lincei. Mentre gli altri due commissari saranno sorteggiati da liste redatte dall’Anvur. Basterà questa procedura meno accentratrice a far passare il mal di pancia alla nostra accademia?


© RIPRODUZIONE RISERVATA