Studenti e ricercatori

Università, iscritto solo il 61% dei diplomati

di Gianni Trovati

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L’università dimagrisce, e la perdita di peso promette di accelerare nei prossimi anni. Oggi in media solo il 61% dei diplomati decide di incamminarsi verso la laurea, tre punti meno rispetto al 2010 e addirittura 17 punti sotto i livelli di venticinque anni fa. Certo, nel frattempo è aumentata la quota dei 19enni che arrivano al diploma, ma il problema è che molti di loro si accontentano ed evitano l’investimento nella formazione terziaria.

Colpa della crisi che ha tagliato i budget delle famiglie, ma il problema è che la stessa scelta è stata compiuta dallo Stato. Risultato: nel 2007/2008 gli italiani hanno speso 13,6 miliardi di euro pubblici e privati per l’università, mentre nello scorso anno accademico ci si è accontentati di 12,3 miliardi. Una scelta in controtendenza netta rispetto a quasi tutti i paesi sviluppati, che mentre l’economia gelava hanno rafforzato le difese puntando su istruzione e capitale umano per provare ad agganciare prima la ripresa. I dati della crescita 2017 diffusi proprio in questi giorni (+ 1% l’Italia, +1,6% per la media Ue) offrono una prima indicazione sulle conseguenze.

Proprio questo è il punto chiave messo in luce dal Quaderno che l’associazione TreeLLLe presenterà oggi pomeriggio a Milano, nell’aula Testori di Palazzo Lombardia, per fare il punto su un’università italiana ancora pochissimo europea e proporre le contromisure. Frutto di un lungo lavoro collettivo, sostenuto dalla fondazione Cariplo, che ha coinvolto rettori e studiosi di diversa formazione ed esperienza, l’analisi parte dai numeri che misurano l’isolamento internazionale dell’Italia universitaria. La spesa pubblica e privata nell’istruzione terziaria, sotto l’1% del Pil, è intorno alla metà della media Ocse, la percentuale di giovani laureati (24,8% nella fascia 25-34 anni) è 10,2 punti percentuali sotto e la forbice continuerà ad allargarsi perché da noi solo il 44% dei giovani accede all’istruzione terziaria mentre la stessa scelta è compiuta dal 68% dei coetanei nella media dei paesi sviluppati. Se a questo si aggiunge l’esodo dalle università del Sud, che negli ultimi dodici anni hanno visto ridursi del 30% gli immatricolati contro il -3% registrato nello stesso periodo a Nord, il quadro è completo: il gap Italia-Europa si riproduce, in sedicesimo, all’interno dei confini nazionali.

Trovare il capo del filo non è semplice, perché come nota il Quaderno TreeLLLe l’università «produce un output di formati inferiore agli standard europei, ma il sistema produttivo sembra non assorbire neppure questi». Ma come mostrano i Rapporti sul profilo dei laureati e sulla loro condizione occupazionale diffusi la scorsa settimana da AlmaLaurea, l’investimento nella laurea conviene, e determina nel lungo periodo un +13% nel tasso di occupazione e un +42% nella retribuzione media. Ovviamente non tutte le lauree sono uguali, e quelle nei settori più strategici offrono occupazione piena e promesse brillanti soprattutto quando sono accompagnate da tirocini ed esperienze all’estero, ma l’idea che la laurea “non serve” è perdente.

Quando si parla di università, del resto, l’ottica è per forza internazionale, e su quel piano si muovono anche le contromisure proposte da TreeLLLe: la prima è sintetizzabile con «più Europa in università», che tradotto significa trasformare l’istruzione superiore in una competenza concorrente fra Stati e Unione per creare uno spazio europeo con regole comuni per favorire mobilità e confronto internazionale.

Su quel piano, però, c’è da competere, anche per non perpetuare lo squilibrio attuale che vede l’Italia versare nove miliardi nel fondo europeo per la ricerca e riacciuffarne solo sei per ogni periodo di programmazione; e per centrare l’obiettivo bisogna far crescere l’impegno finanziario nell’università, con un piano che in cinque anni aumenti il finanziamento annuo di 1,5 miliardi e una revisione delle regole per dare più autonomia nella richiesta di contribuzione sulle famiglie a più alto reddito. Il tutto, magari, garantendo certezza e visibilità pluriennale sui finanziamenti: una regola di buon senso, che da noi resta una chimera.


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