Studenti e ricercatori

Solo il 10,6% ha dato esami all’estero,ma il 50% si dice pronto a emigrare

di Gianni Trovati

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L’occupazione dei laureati cresce, ma troppo poco per raggiungere in fretta i livelli pre-crisi; l’investimento nel titolo di studio continua a essere vincente, ma si allunga il periodo necessario a misurarne i risultati; l’estero rimane lontano dall’esperienza dello studente medio, ma metà dei neo-laureati si dice disposto a lasciare l’Italia per lavorare.

Quello sui laureati italiani è un racconto pieno di avversative, com’è inevitabile che accada nel limbo di una crisi che è stata superata ma continua a lasciare segni pesanti sulle prospettive di chi si affaccia sul mondo del lavoro. Anche perché, ed è bene anticiparlo subito, nonostante anni di dibattiti la divisione fra le esperienze di studio e di lavoro continua a essere solida, e addirittura a crescere: solo il 56% dei laureati, cioè la stessa quota di sette anni fa, ha in curriculum un tirocinio o uno stage riconosciuto, e il 35% degli studenti (contro il 25% di dieci anni fa) arriva al giorno della discussione della tesi senza nemmeno un giorno di lavoro all’attivo.

L’università italiana, insomma, avanza piano, come l’economia del Paese, e la sua anamnesi è nel diluvio di grafici e tabelle dei due rapporti di AlmaLaurea sul profilo dei laureati (che ha indagato più di 270mila biografie) e sul loro tasso di occupazione (620mila persone sotto esame).

Nove anni per recuperare

Per capirlo bastano i numeri più attesi, quelli che misurano i successi occupazionali di chi esce dall’università con il titolo in tasca. Un anno dopo la tesi lavora il 68,2% dei laureati triennali, cioè l’1,6% in più rispetto all’anno scorso, mentre fra chi ha un titolo magistrale l’aumento è solo di quattro decimali, dal 70,4 al 70,8 per cento. Un anno è poco per misurare gli effetti occupazionali dello studio, ma è l’orizzonte giusto per testare la reattività del mercato del lavoro: nel 2008, l’anno precedente alla caduta del Pil italiano, dodici mesi erano infatti sufficienti per trovare lavoro all’82% dei neolaureati, e con i ritmi attuali ci vorranno ancora nove anni per tornare a quei livelli.

Nord e Sud

Numeri come questi sintetizzano in modo brutale un mondo universitario articolato, che non può essere ingabbiato nel taglio secco di due cifre. Anche quando si scende più nel dettaglio, però, la musica di fondo rimane la stessa, e mostra gli effetti di lungo periodo di una crisi difficile da archiviare. Fra questi c’è l’ampliamento della distanza fra Nord e Sud, che percorre tutte le tappe della filiera universitaria: da quelle iniziali, con il crollo del 30% in dodici mesi delle immatricolazioni nelle regioni meridionali contro il -3% registrato nello stesso periodo al Nord, a quelle finali, quando si tratta di passare al lavoro: a un anno dal titolo a Nord lavora il 77% di chi si è accontentato della laurea triennale, contro il 55,2% del Sud, e anche quando si aumenta l’investimento nello studio con il titolo magistrale e si allarga a cinque anni l’orizzonte temporale la distanza rimane ampia: 11,8 punti percentuali separano infatti gli occupati del Nord (89,6%) da quelli del Sud (77,8%). Dinamiche simili si incontrano nelle retribuzioni medie nette, che crescono un po’ rispetto all’anno scorso ma superano di poco i 1.100 euro contro i 1.300 del 2007 e si avvicinano verso quota 1.400 euro dopo cinque anni dalla tesi.

L’investimento «tiene»

Non sono certo cifre da favola, ma l’impressione destata da queste medie non deve far correre a conclusioni sul valore dell’investimento nella formazione, che rimane alto. Lo mostrano le elaborazioni sui dati Istat e Ocse presentate dal presidente di AlmaLaurea, Ivano Dionigi, dove si mostra che il tasso di occupazione generale dei laureati è 13 punti sopra quello dei diplomati (78% contro 65%) e la loro retribuzione media supera del 42% quella di chi non ha una laurea in curriculum.

Che cosa manca

Dal canto suo, del resto, la macchina dell’accademia italiana fa passi avanti, almeno nella didattica “pura”: l’età media alla laurea continua a scendere (26,1 anni, frutto dei 24,9 anni medi dei laureati triennali e dei 26,9 di quelli magistrali, tenendo conto che l’età media all’iscrizione è intorno ai 20 anni e mezzo), uno studente su due chiude i libri nei tempi previsti dall’ordinamento (era uno su tre a raggiungere lo stesso risultato dieci anni fa) e i fuori-corso in parcheggio permanente effettivo all’università sono poco più del 10%, la metà di dieci anni fa.

Per combattere gli effetti della crisi, però, bisogna moltiplicare i ponti con il lavoro, che rimangono pochi nonostante le infinite discussioni sul tema: basta un tirocinio o uno stage per veder salire dell’8% la probabilità di trovare lavoro in fretta, un’esperienza all’estero la aumenta del 12% e qualche lavoro occasionale in curriculum la fanno crescere del 48 per cento.


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