Pianeta atenei

Orientamento e «placement» i veri punti di debolezza

di Eugenio Bruno

In primo piano ci sono i nostri laureati, un po’ più giovani e un po’ meno disoccupati rispetto a un anno fa, che non bastano però a occupare l’intera inquadratura. Perché lo scenario che si staglia alle loro spalle continua a essere altrettanto importante. Uno sfondo fatto di scarsa corrispondenza tra scelte formative e sbocchi professionali. A causa, innanzitutto, di un sistema di orientamento che fatica ad andare oltre il boom di open day. E, in secondo luogo, di uffici di placement che praticamente tutti gli atenei dicono di aver attivato. Senza che le imprese se ne siano accorte.

Partiamo dai numeri di contesto, che non sono contenuti nel rapporto presentato ieri di AlmaLaurea ma che ci aiutano a leggerli in controluce. Sul placement un dato emblematico ce lo fornisce l’ultimo rapporto dell’Isfol (ora Inapp). Ebbene, scuole, università e istituti di formazione considerati nel loro complesso “intermediano” solo il 3,7% di manodopera. Un dato che fa ancora più impressione se paragonato alle performance dei sistemi più gettonati: in vetta ci sono sempre amici, genitori e parenti con il 33,1%; alle loro spalle resistono le autocandidature e l’invio di curricula, cartacei e non, con il 20,4 per cento. Come non vederci un link con i tirocini pressoché fermi e con il 35% di laureati che discutono la tesi senza aver mai avuto a che fare neanche un giorno con il mondo del lavoro?

Fin qui i problemi che il nostro sistema universitario sconta all’uscita. Ma i nodi da sciogliere abbondano anche all’entrata. E stavolta ci vengono in soccorso le statistiche ufficiali del ministero dell’Istruzione. Nell’anno accademico 2015/2016 il 52,8% degli immatricolati si concentrava in due macroaree disciplinari che da anni faticano a offrire chance lavorative adeguate: l’ambito sociale (33,8%) e quello umanistico (19%). In calo di appena lo 0,6% rispetto ai 12 mesi precedenti quando il totale dei due comparti era al 53,4 per cento. Tutto ciò in un paese che sconta altri due primati poco invidiabili: il 38,7% di abbandoni censito dall’Anvur un anno fa di questi tempi e il 25,6% di laureati (penultimi in Europa) nella fascia d’età 30-34 anni ricordato da Eurostat a fine aprile.

Bene allora la promessa della ministra Valeria Fedeli di investire maggiormente sull’orientamento da qui in avanti. Purché non resti la semplice dichiarazione d’intenti che molti dei suoi precedessori a viale Trastevere si sono già limitati a enunciare. All’orizzonte c’è il piano Industria 4.0 che rivoluzionerà non solo i nostri strumenti di produzione ma anche la formazione delle professionalità che dovranno poi azionarli e guidarli. Non capirlo o non capirlo per tempo rischia di far perdere ai nostri giovani, e dunque all’intero paese, un altro treno in grado di avvicinarci all’Europa che conta. Forse l’ultimo.


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