Pianeta atenei

Nuova Zelanda, calamita per «Ph.D.» internazionali

di Francesca Barbieri

Agli antipodi del mondo per studiare un pappagallo raro, il cui nome, “kaka”, non sarà famoso come quello del “kiwi”, uccello simbolo del Paese, ma rappresenta pur sempre una delle centinaia di specie protette, a rischio estinzione.

Lo sa bene la biologa Denise Martini, classe 1990, che dopo il doppio 110 e lode nella laurea triennale e in quella magistrale in Biologia evoluzionistica all’Università di Padova ha deciso di portare avanti il suo percorso accademico a Dunedin, all’University of Otago, la più antica nella storia giovane della Nuova Zelanda - risale al 1869 - e affermata nel mondo per gli studi scientifici e di medicina (è al 24° posto per anatomia e al 44° per studi evoluzionistici nei ranking di Qs). Tre anni per mettere a punto una strategia “genetica” che permetta alle due varianti del kaka - una diffusa nell’isola nord, l’altra in quella sud - di sopravvivere, magari facendole incontrare. Nel cuore dell’isola meridionale la cittadina di Dunedin - famosa per avere la strada più ripida del mondo, Baldwin Street - è un campus universitario a cielo aperto con giovani a ogni angolo e da ogni parte del mondo. Su poco più di 120mila abitanti gli studenti sono il 20%, con circa 4mila “internazionali”.

Perché un Ph.D. nella terra dei Maori e degli All Blacks, proprio agli antipodi rispetto all’Italia? «Per la qualità dei dipartimenti di ricerca, il taglio pratico e l’autonomia di cui si gode nel proprio lavoro - risponde Martini -: nel bene e nel male sono sempre io a rispondere di quello che faccio. Anche se qui lo “stipendio” è più alto rispetto ai mille euro scarsi dell’Italia (si arriva all’equivalente di 1.500 euro netti) è il progetto che mi ha catturata e spinta a venire così lontano. Da noi non ho nemmeno fatto domanda perché c’è meno scelta e progetti simili a questo non ne ho proprio trovati». La Nuova Zelanda, che su una superficie di poco inferiore all’Italia ha una popolazione di appena 4,5 milioni di abitanti, otto università e 16 politecnici, da anni ormai punta ad affermarsi sullo scacchiere internazionale, soprattutto a livello di post-laurea. In che modo? Abbassando le tasse per gli studenti internazionali allo stesso livello dei locali: si è passati così da decine di migliaia di dollari neozelandesi a meno di 10mila (al cambio di 0,65 è pari a 6.500 euro) che, pur essendo tanti rispetto all’Italia, sono comunque molti di meno in confronto agli Stati Uniti (dove il Ph.D. dura cinque anni).

Una buona parte dei dottorandi internazionali - in tutto poco più di 4mila, quadruplicati nel giro di dieci anni - arriva comunque con una borsa di studio, in alcuni casi pagata direttamente dall’università di destinazione, grazie ai fondi del governo neozelandese. «La mia borsa - racconta Denise - copre le tasse di 9.357 dollari neozelandesi l’anno, ma non l’assicurazione sanitaria, che è obbligatoria e si fa tramite l’università (589 dollari) e gli student services (739 dollari). Le tasse equiparate ai dottorandi “kiwi” sono sicuramente vantaggiose, perché altrimenti sarebbe molto difficile mantenersi: generalmente non si può lavorare più di 20 ore la settimana, per via del visto da studenti ma anche del contratto con l’università, poiché il Ph.D. è un lavoro a tempo pieno da regolamento, non solo tanto per dire». Il governo neozelandese bandisce per gli “internazionali” un numero variabile di borse da 25mila dollari l’anno, che su un triennio fa 75mila dollari (quasi 50mila euro): l’offerta è aperta a qualsiasi indirizzo di studio. Per fare domanda - la prossima scadenza è il 31 agosto per 8 borse - occorre avere un curriculum brillante, rispondere ai requisiti per l’ammissione al dottorato di ricerca presso un’università della Nuova Zelanda, dare prova di contatti con il dipartimento di interesse dell’ateneo scelto e dimostrare una conoscenza certificata dell’inglese. Tra i vantaggi di un dottorato nella Terra della lunga nuvola bianca (in maori: Aotearoa) anche la possibilità di iscrivere i propri figli nel sistema scolastico neozelandese con gli stessi benefici dei bambini “kiwi” e la possibilità di chiedere un permesso di 12 mesi al termine del dottorato per trovare lavoro in Nuova Zelanda, dove i tassi di disoccupazione sono ben più bassi che in Italia: 5,2% rispetto al nostro 11,8% (per i giovani 13,8% contro il 39%).

In Nuova Zelanda il 76% delle persone tra 15 e 64 anni ha un impiego retribuito, al di sopra del tasso medio Ocse (67%). Ma è bene tenere in conto che mettere radici in questa remota parte del mondo è piuttosto difficile: le qualifiche sono importanti per ottenere un lavoro che consenta di avere visti di lunga durata prima e la residency (l’equivalente del nostro permesso di soggiorno) poi, visto che è il datore di lavoro a fare da garante. Più semplice ottenere i visti per un lavoro temporaneo. In alcuni casi, poi, è sufficiente lo “student visa”, come per Simone Grilli, una laurea triennale alla Statale di Milano in informatica musicale, ora per sei mesi a Auckland per uno stage in un’azienda hi-tech. Il 25enne di Monza è partito nel febbraio scorso grazie a una borsa di 12mila dollari neozelandesi (Dream new scholarship) che gli permetterà di studiare alla Auckland university of technology e al tempo stesso di lavorare alla “One fat sheep”.

«Qui la pratica è fondamentale - spiega Simone -, ogni aspetto teorico ha un suo risvolto applicativo, e sono molto stretti i legami tra università e imprese, oltre al forte orientamento verso l’innovazione. In questi giorni sto sviluppando diverse applicazioni in realtà aumentata e sperimentando la creazione di modelli 3D, alcuni dei quali contribuiranno alla generazione di videogames». Progetti per il futuro? «La mia esperienza sta andando molto bene - risponde - ho avuto anche un paio di colloqui con il mio capo per aprire le porte dell’azienda al mercato italiano e chissà, con il tempo, magari europeo».... Open spaces, open minds: non è forse questo che si impara in Nuova Zelanda.


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