Pianeta atenei

Fondi e concorsi, i nodi delle università

di Alessandro Schiesaro

In tema di università il nuovo governo ha ereditato una legge di Stabilità che contiene alcune norme utili, altre controverse e contraddittorie. Tra le prime si contano le modifiche al sistema della tassazione e delle borse di studio, un incremento del fondo borse (50 milioni) e alcuni passi avanti sul tema della semplificazione amministrativa: spicca l’eliminazione del vaglio preventivo della Corte dei conti sui contratti.

Peccato non aver colto l’occasione per cancellare tutti i vincoli di volta in volta pensati per la pubblica amministrazione nel suo complesso, ma incongrui rispetto alla specificità dell’operato di atenei e centri di ricerca. Non c’è stato neppure, va detto, un ripensamento complessivo, ogni giorno più urgente, dei meccanismi di contribuzione studentesca, mentre il Dpcm in materia continua da anni a invecchiare nel rimpallo tra Governo e Regioni. Viene però sancito il principio che l’esenzione parziale o totale dalle tasse non deve riflettersi sui bilanci dei singoli atenei, ma trovare compensazione in un fondo nazionale. Principio sacrosanto se si vuole evitare che le università siano penalizzate per il contesto socio-economico in cui operano, anche se la somma stanziata, 105 milioni per il 2017, è insufficiente per una piena attuazione. È poi richiamata in vita, cambiandone il nome in Fondazione Articolo 34, la Fondazione per il merito, istituita con la riforma del 2010, il cui compito consiste nell’erogare borse di studio corpose (15mila euro all’anno) e quindi adeguate, a differenza di quelle ordinarie, per consentire una vera mobilità nazionale.

Le novità principali, per importo e per impatto sul sistema, riguardano però il finanziamento degli atenei. Viene istituito un fondo nazionale, 45 milioni, “per il finanziamento delle attività base della ricerca”, cioè per elargire, sulla base di un complicato algoritmo, un contributo modesto, 3mila euro, a 15mila tra ricercatori e associati (meno della metà della platea), escludendo del tutto, non si capisce perché, i professori ordinari. Non si può parlare di un vero contributo alla ricerca, quanto di un fondo spese per viaggi o attrezzature che molte università già mettono a disposizione dei propri docenti. Stupisce che si impalchi un complicato sistema nazionale per far fronte a questa esigenza, che tra l’altro divide vincitori e perdenti sulla base di una proporzione rigida, invece di rimpolpare gli scarni finanziamenti per i Prin, i Progetti di ricerca di interesse nazionale attribuiti su base competitiva. Un ulteriore passo verso il centralismo ai danni dell’autonomia, insomma, di cui è difficile vedere i vantaggi.

Ancora più marcata è l’ispirazione centralistica del provvedimento che crea un “Fondo per il finanziamento dei dipartimenti universitari di eccellenza”, dotato di 271 milioni, per premiare i 180 dipartimenti (non uno di più, non uno di meno) che hanno ottenuto i migliori risultati nella valutazione della ricerca. Va subito chiarito che la norma, stranamente, si applica solo a partire dal 2018, e quindi non è dato sapere se queste risorse saranno del tutto aggiuntive rispetto al fondo di finanziamento ordinario o ne costituiranno una porzione, riducendone quindi la quota base. A parte questo punto interrogativo, ovviamente cruciale, è comunque evidente che i danni supererebbero in ogni caso i potenziali benefici. Gli effetti distorsivi nel rapporto tra Nord e Sud sarebbero pesantissimi, ma paradossalmente verrebbero penalizzate anche le università dove si concentrano più numerosi i dipartimenti di maggior livello, poiché è previsto un tetto massimo di 15 domande per sede. Quel che più conta, si crea in questo modo all’interno dell’università una distinzione artificiosa tra dipartimenti di serie A e di serie B, i primi almeno parzialmente slegati dalle dinamiche di ateneo, reintroducendo un modello di finanziamento diretto dal centro che smentisce quasi trent’anni di evoluzione in senso autonomo del sistema.

L’ispirazione appare la stessa che ha portato alle controverse Cattedre Natta, peraltro accantonate, si spera per sempre, dopo il rovinoso parere del Consiglio di Stato: una marcata sfiducia nella capacità di autogoverno del sistema unita all’illusione che provvedimenti centralistici “di vetrina” possano supplire alla mancanza di una strategia organica. Questo si traduce in una dannosa episodicità: l’anno scorso sembrava urgente reclutare più ricercatori, ecco allora un piano di reclutamento straordinario, e attrarre talenti dall’estero, quindi le Cattedre Natta. A distanza di pochi mesi l’emergenza ricercatori sembra passata in secondo piano (il progetto non è stato rifinanziato) e prevale invece quella dei fondi ad personam o dei premi ai dipartimenti, che introducono un ulteriore livello di burocrazia. Difficile rintracciare una logica, specie se si considera che ognuno di questi provvedimenti appesantisce ancor più un sistema già ipernormato. Alle voci base del fondo di finanziamento ordinario, la quota base (a sua volta in parte legata al costo standard per studente) e quella basata sulla valutazione, senza contare la porzione destinata al piano triennale di sviluppo, si affiancano ora i capitoli riservati ai singoli docenti e quelli per i dipartimenti.

Invece di complicare il quadro con misure a effetto, ma assai discutibili e inutilmente complicate, sarebbe semmai opportuno accelerare la crescita della quota distribuita su base valutativa e ridurre il peso di quella storica, lasciando però inalterato il principio secondo il quale gli atenei si giudicano sui risultati, senza intaccarne l’autonomia gestionale.

A questo quadro già poco incoraggiante, si è ora aggiunto, nelle pieghe del “Milleproroghe”, un rinvio di due anni alla liberalizzazione dei concorsi per associato e ordinario che sarebbe dovuta scattare il 1° gennaio 2018. La metà dei posti continuerà quindi a essere riservata ai candidati interni, senza che nessun altro possa neppure fare domanda. Per aprire le porte alla competizione vera c’è sempre tempo…


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