Pianeta atenei

L’Italia lancia il primo G7 della cultura

di Antonello Cherchi

Un G7 dedicato alla cultura, che anticipa quello economico di Taormina a fine maggio. È la prima volta che accade. È stato voluto dal Governo italiano. Giovedì e venerdì prossimi il ministro Dario Franceschini riunirà a Firenze gli altri sei ministri della cultura dei Paesi del G7. Ci saranno anche il commissario alla cultura della Ue e il segretario generale dell’Unesco. Si confronteranno sul tema “Cultura come strumento di dialogo tra popoli” con l’obiettivo di arrivare a un documento condiviso.

I tempi lo richiedono: la cultura è un antidoto contro la voglia di muri e per rimarginare le fratture create dal terrorismo, che non a caso ha messo nel mirino anche il patrimonio. C’è, dunque, bisogno di una risposta internazionale. L’Italia ha iniziato a fare la propria parte con la creazione di una task force: i Caschi blu della cultura. E può contare su un nucleo dei Carabinieri ad hoc che nel 2016 ha recuperato 100mila beni, per un valore di oltre 50 milioni di euro, sottraendoli al mercato illegale con cui si finanzia anche il terrorismo.

opo quello della droga e delle armi - spiega il generale Fabrizio Parrulli, a capo del nucleo dei Carabinieri di tutela del patrimonio culturale - il traffico delle opere d’arte rubate e contraffatte è uno dei più rilevanti, in grado di muovere milioni e milioni di euro». Solo i recuperi effettuati l’anno scorso all’estero dal nucleo, che può contare su 300 persone, hanno un valore di circa 40 milioni. Due fronti - quello del contrasto al furto di opere d’arte e l’altro, più generale, di tutela del patrimonio storico-artistico - che verranno dibattuti nel G7 della cultura. Anche sul primo versante la sinergia internazionale diventa, infatti, sempre più stringente, perché si riducono i luoghi fisici di smercio dei reperti rubati.

«I maggiori flussi - aggiunge Parrulli, che al G7 svolgerà una relazione - viaggiano sulle piattaforme digitali. Gli affari si fanno online».

Il traffico di opere d’arte è diventato più sofisticato: «Anche se gli autori dei furti sono spesso persone che non hanno dietro un’organizzazione criminale - afferma il comandante del nucleo di tutela - ora c’è meno “leggerezza” nella gestione delle vendite. Anche perché rispetto al passato i musei prestano maggiore attenzione ai reperti che si mettono in casa. Il traffico illegale, dunque, si rivolge soprattutto ad acquirenti privati».

Per contrastarlo l’Italia può contare su una banca dati unica al mondo, dove sono catalogate 1,2 milioni di opere che nel corso degli anni sono finite sul mercato clandestino, compresi i reperti rubati all’estero e segnalati dall’Interpol e dalle altre polizie straniere. Nell’archivio sono, inoltre, state censite 6 milioni di opere che, a vario titolo, sono finite nell’attività di controllo del nucleo dei Carabinieri.

È attraverso lo scambio di tali informazioni che si può realizzare una sempre più efficace tutela del patrimonio culturale mondiale. Così come attraverso l’attivazione di strumenti quali i Caschi blu della cultura, esperienza che il nostro Paese può illustrare agli altri ministri del G7. L’operazione ha preso spunto proprio da un altro incontro internazionale, quello tenutosi dai ministri della cultura a Milano nell’agosto 2015, durante l’Expo, quando venne sottoscritta la dichiarazione per la difesa del patrimonio dalla cecità della guerra.

I Caschi blu, che a ottobre 2015 hanno ricevuto il benestare dell’Unesco, sono ora una realtà. Si tratta di una forza di pronto intervento formata da 30 carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio a da altrettanti funzionari e tecnici del ministero dei Beni culturali. La task force può intervenire in ambito internazionale, ma anche sul fronte interno. «La nostra prima operazione, tuttora in corso, è stata - commenta Parrulli - nelle zone del terremoto dello scorso agosto. Abbiamo recuperato e messo in sicurezza oltre 13mila opere, in particolare beni ecclesiastici. Si avvicina anche l’impegno internazionale, perché stiamo mettendo a punto con il governo iracheno un accordo bilaterale che ci permetta di operare in quel Paese. Lo faremo come unità nazionale che lavora a favore dell’Unesco. Perché, invece, si possa intervenire sotto l’egida dell’Unesco ci vorrà ancora un po’ di tempo. Il ministero degli Esteri ci sta lavorando».


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