Pianeta atenei

Studenti e fondi in calo: c’è un doppio esodo nelle università del Sud

di Gianni Trovati

Più dei tentativi di rivoluzione “meritocratica”, chiamata a premiare le università che vantano i risultati migliori su didattica e ricerca, a guidare l’evoluzione della geografia dei fondi universitari è stata finora la demografia accademica, cioè l’andamento delle iscrizioni. E i numeri dicono che c’è un problema, si chiama Sud e si manifesta con un esodo di fondi e di studenti.

I numeri
Per individuarne le dimensioni bisogna andare con ordine. Primo: il finanziamento pubblico alle università statali si è impoverito negli anni della crisi finanziaria, con una scelta in controtendenza rispetto a quello che è accaduto in altri grandi paesi europei con il rischio di attivare il classico circolo vizioso che si verifica quando il crollo della ricchezza nazionale fa tagliare gli investimenti sul futuro. La tendenza ha cominciato a invertirsi nel 2014, ma in dosi omeopatiche che non hanno modificato il dato di fondo: i finanziamenti pubblici 2016 si sono fermati il 16,1% sotto i livelli del 2009, quando la dote era sostenuta anche dai 500 milioni all’anno introdotti dal piano straordinario pensato due anni prima dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. La carestia finanziaria degli anni della crisi ha colpito soprattutto nel Mezzogiorno, dove il confronto 2009-2016 indica un taglio del 19% contro il 12,3% subìto dagli atenei del Nord, ma la geografia si capovolge quando si guarda al rapporto tra fondi pubblici e studenti iscritti. Da questo punto di vista il finanziamento agli atenei meridionali è rimasto praticamente invariato (-0,3% negli ultimi otto anni), mentre al Nord è sceso del 9,4 per cento. La spiegazione è semplice: negli stessi anni le università meridionali hanno visto ridursi la propria platea di studenti del 18,7%, mentre al Nord gli iscritti sono scesi del 3,2 per cento.

Problema che nasce fuori dalle università
Con cifre e percentuali ci si può fermare qui, per ora, perché al di là delle eccezioni (L’Orientale di Napoli e Salerno, per esempio, non perdono iscritti, a Catanzaro i fondi crescono in valore assoluto grazie all’evoluzione dei criteri di distribuzione) il fenomeno è chiaro. Come mostrano le sue dimensioni, si tratta di un problema che nasce fuori dai confini dell’università e offre una delle manifestazioni più significative della crisi socio-economica che ha colpito le regioni meridionali più del Centro-Nord: manifestazione preoccupante oltre che significativa, perché quando si parla di università i verbi vanno declinati al futuro. Complici i buchi regionali sul diritto allo studio, che si concentrano proprio nei territori in cui il reddito medio delle famiglie li renderebbe più preziosi, la selezione economica all’ingresso dell’università si fa più severa al Sud, con l’ovvia eccezione delle famiglie che possono permetterselo e mantengono i propri figli nelle sedi accademiche del Nord o di Roma, dove le opportunità occupazionali sono maggiori.

Effetti diversi da Nord a Sud
Visto dai rettorati e dagli uffici finanziari delle università, il problema ha due corni. Al Sud, nonostante qualche segnale incoraggiante come i miglioramenti delle performance nella ricerca appena registrato dall’Agenzia nazionale di valutazione, l’impoverimento del conto economico insieme allo spopolamento delle aule ipoteca i tentativi di rilancio. Negli atenei più competitivi del Nord, invece, le clausole di salvaguardia introdotte ogni anno per non aggravare ulteriormente gli squilibri impediscono di far funzionare a pieno ritmo i criteri dei costi standard e del finanziamento legato ai risultati di didattica e ricerca, che pure l’università ha coraggiosamente introdotto molto prima degli altri comparti della Pubblica amministrazione. Con il risultato di scontentare tutti.


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