Pianeta atenei

Ma nella gara internazionale restiamo lontani dalle prime file

di Gianni Trovati

Molti bravi, ma pochi eccellenti. I ricercatori italiani appaiono così quando si allarga lo sguardo all’orizzonte internazionale. In questo panorama la produzione scientifica delle nostre università ottiene risultati migliori della media mondiale, obiettivo ovviamente irrinunciabile per un Paese del G7, ma lontani dalle performance dei migliori.

Con un esercizio di grande interesse, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario ha provato a tradurre in numeri il ruolo della ricerca italiana nel mondo, almeno nei settori delle scienze e della tecnologia dove i criteri «bibliometrici» (assenti invece nelle aree umanistiche) permettono di confrontare quantità e impatto in termini di citazioni della ricerca italiana con quella degli altri Paesi. Sulla «quantità» le notizie sono buone, perché nel 2015-2016 il nostro Paese ha prodotto il 3,9% della ricerca mondiale, contro il 3,2% del 2001-2003. Sei decimali in 14 anni possono sembrare pochi, ma nello stesso periodo lo sviluppo di Cina e India ha portato la quota mondiale della ricerca prodotta dai Bric dal 10,5% al 26,3%, tagliando la quota degli Stati Uniti (dal 26,2% al 22,7%) della Francia e della Germania. L’Italia, insomma, è andata in controtendenza.

Una fetta troppo ampia di questa ricerca, però, rimane lontana dalle riviste scientifiche di eccellenza nel loro settore. Praticamente in tutte le aree di studio, dalla fisica alla chimica, dalla biologia all’ingegneria, la percentuale di ricerca italiana che finisce nelle riviste di punta è sistematicamente inferiore rispetto alla media europea, e quindi lontana dai livelli registrati nei Paesi migliori. Ma la ricerca, in molte di queste aree, rischia di contare poco se non riesce a giocare da protagonista sul piano internazionale.

Le cause di questo limite italiano sono parecchie, e nascono dalle (mancate) scelte politiche di questi anni e non ovviamente dalla valutazione che ne misura le conseguenze. Il livello dei finanziamenti pubblici e privati, che rimane lontano dalle vette dei Paesi più attivi, alimenta i problemi strutturali della nostra accademia, attivissima nell’esportare ricercatori eccellenti ma molto timida nell’attirarne dall’estero. Le università italiane, almeno le migliori, finiscono così per brillare nella formazione iniziale dei talenti, cioè nella parte più costosa del percorso, senza però poi poterne sfruttare i risultati che vanno invece nel bilancio dei poli stranieri più competitivi.

Ma anche la geografia accademica italiana è figlia delle strategie a singhiozzo che i governi hanno dedicato al tema: una geografia ricca di ottimi atenei, non solo al Nord, ma priva di campioni nazionali in grado di occupare le prime file nel mondo. Dall’Iit di Genova ai progetti dello Human Technopole a Milano, non mancano i tentativi di rimediare al vuoto: ma il ritmo della competizione internazionale non si accorda certo con le nostre troppe incertezze.


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