Studenti e ricercatori

Lenzi: «Università strategica per il rilancio del Paese»

di R.S.

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Da 20 anni al Cun dal 1997, di cui 10 di presidenza dal 2007, con 10 diversi ministri in carica, la definirei “una persona informata sui fatti” del sistema universitario italiano, qual è la sua visione?
Il sistema universitario italiano ha, fra gli anni ’80 e la fine degli anni ’90, almeno in alcune sue componenti, assorbito parte dei problemi della società italiana dell’epoca senza, invece, interpretarne lo spirito critico ed acquisendone alcuni difetti quali l’individualismo, l’autoreferenzialità. Di certo non possiamo negare che all’inizio degli anni 2000 avevamo una università che nella sua parte migliore chiedeva di essere rinnovata e valutata. Lasciatemi però anche dire che questa università sottofinanziata ha continuato a produrre per il sistema paese, anche nei momenti più difficili, formazione e ricerca ottime e oggi abbiamo un complessivamente un buon sistema universitario, con ottime individualità e soprattutto una ricerca di eccellenza che ci colloca ai primi posti nel mondo, in proporzione all’investimento. Di certo abbiamo ancora problemi di sistema da affrontare: calo drammatico delle risorse umane docenti (con un problema di età ed uno di genere rilevantissimi), un calo di immatricolati e laureati, ed un aumento di sedi universitarie senza una chiara strategia, solo per citarne alcuni.


Dal Dpr 382/80 alla legge 240/2010, le norme hanno aiutato?
Purtroppo sia il 382/80, sia la 341/90, dell’allora ministro Ruberti, hanno trascurato dal mettere in atto un sistema di valutazione effettivo. Tutto, a partire dall’autonomia è stato lasciato al caso, alla buona volontà. Lo stesso è accaduto con la modifica del sistema di reclutamento 210/97, e con la quasi non applicata legge 230/05. Alla fine del primo decennio degli anni 2000 dopo un lungo travaglio, la legge 1/2009 per la prima volta ha parlato di valutazione del prodotto, ma il principio di trust e accountability, in essa contenuto, in cui si partiva dal presupposto - di una valutazione per governare e non di una valutazione con cui governare - è andata in grande misura disperso. Basti pensare che l’Anpreps (Anagrafe nazionale dei professori, ricercatori e prodotti scientifici), che il Cun ha fortemente richiesto e su cui ha fatto una consultazione pubblica con migliaia di risposte e decine di migliaia di dati, non è mai stata applicata pur essendo di fatto l’unico vero strumento con cui valutare i docenti, e le strutture con il massimo di massima trasparenza, sia all’interno della stessa comunità scientifica sia verso la società civile. Si è quindi passati alla legge 240/2010, legge fortemente prescrittiva e di valutazione dei processi, che è, non dimentichiamolo, nata in un momento di forte scontro politico e di prova di forza del governo in carica e in un momento di “caccia alle streghe mediatico per l’università”, questa legge pur nelle innovazioni introdotte, ha instaurato un sistema iper-regolato in cui, da una politica di accreditamento, si è di fatto passati ad una politica di tipo autorizzativo.


In questo, il Cun?
Il Cun in tutto questo a livello normativo è stato dimenticato, dal 2010 in poi. Si è voluto quasi scotomizzare l’organismo che rappresenta l’autonomia della docenza e degli atenei e che, per la sua eleggibilità e rappresentatività, rende ragione di quanto previsto dalla Carta costituzionale e che dà ragione dello specifico e peculiare rapporto dialettico esistente tra politica, società e università; una università intesa quale organismo di formazione di classi dirigenti di domani (prima missione), di innovazione e ricerca (seconda missione), di trasferimento della conoscenza e di crescita sociale e culturale del Paese in rapporto con i territori (terza e, se vogliamo, quarta missione). Non si è voluto, pur nell’estrema numerosità degli articoli della legge 240/10 e dei successivi Dm attuativi, inserire una norma di revisione del Cun che lo adeguasse alle nuove sfide del sistema.

Dopo avere parlato di buona scuola si è parlato di “buona università”, cosa ritiene si debba intendere?
L’università come tutti gli altri comparti di questo paese penso siano “buoni”, anzi molto buoni, basti dire che l’università unica di tutti gli altri comparti della pubblica amministrazione, ha subito tagli superiori al 20% con un calo di risorse umane (per parlare dei soli docenti) di oltre il 25% dal 2006; è stata sottoposta ad un sistema di valutazione (Anvur) che il Cun ha fortemente voluto, ma, una valutazione, che non ha paragone in nessun altro comparto della pubblica amministrazione. Questa università ha infatti assorbito, pur con grande difficoltà, l’applicazione di norme autorizzative specifiche dell’amministrazione pubblica, lesive dell’autonomia responsabile, ma soprattutto che non si adattano assolutamente alla competitività internazionale a cui l’università è chiamata a rispondere.


Quale sono le aspettative rispetto ad una politica di manutenzione e semplificazione?
Come ogni riforma, a ormai 6 anni dalla legge 240/10, la manutenzione è quasi obbligatoria. Quanto alla semplificazione l’elenco sarebbe molto lungo, mi limito a ricordare la quasi impossibilità di adesione alle regole del Mepa, le norme ridicole e di dettaglio della rendicontazione per le missioni anche per ricerca scientifica, l’applicazione del codice degli appalti per spese di piccole dimensioni ecc.; una inversione si è intravista con l’abolizione delle tempistiche lunghissime di registrazione presso la Corte dei conti dei contratti di collaborazione a progetto, ma molto si aspetta ancora dal governo. Inoltre, siamo giunti a un momento di non ritorno per quanto attiene alla necessità di nuove possibilità di reclutamento, specie della fascia giovane. Dobbiamo, come misura direi di pronto intervento, riproporre un nuovo piano straordinario di reclutamento di Rtdb, come fatto ormai un anno fa. In parallelo, è indispensabile aggredire in modo definitivo il tema delle figure pre-ruolo della docenza. Infatti, dopo il dottorato di ricerca, è opportuno definire, sia un tempo massimo di permanenza, sia una univocità di figura pre-ruolo, abolendo assegnisti, contrattisti, e Rtda e ridenominandoli con una figura unica, ad esempio di assistente alla ricerca; a questo va affiancato una modifica dello status degli Rtdb che definirei, secondo il modello Cun, professore iunior, in quanto a tutti gli effetti dei veri ricercatori con tenure, scelti e reclutati dai dipartimenti. Gli attuali ricercatori universitari a tempo indeterminato del ruolo ad esaurimento potrebbero diventare dei professori aggiunti o aggregati o altra denominazione, in quanto in larga misura ormai indispensabili alla tenuta della attività formativa. Per quanto riguarda il personale tecnico amministrativo delle università, la cui attività qualificata è fondamentale, sia in termini di dirigenza che di quadri, sottolineo la necessità di una forte specializzazione, che mal si adatta ad esempio alla trasferibilità fra i comparti della pubblica amministrazione, in quanto all’amministrazione di una università si richiede capacità di sostegno alla didattica, alla ricerca e a tutta l’enorme area, ancora poco esplorata, della terza, e se vogliamo quarta, missione. Altrettanto urgente è un impegno di risorse ed una semplificazione normativa per quanto attiene il diritto allo studio che potrebbe essere il vero motore in grado di garantire una aumento del 20-30% di immatricolati nel prossimo quinquennio.

Queste sono già aspettative ambiziose, ma c’è qualche sogno nel cassetto?
Come dire, non sarei un buon ricercatore se non avessi la capacità di essere un pò visionario, se vuole dei piccoli sogni eccoli. Sul piano generale rivedrei il concetto stesso di università qualificandolo in base a: dimensioni, rapporto col territorio, vocazione e didattica (solo triennali; magistrali e dottorati, solo dottorati, generaliste), vocazione scientifica ed anche specializzazione disciplinare. Su questo punto ritengo anche che non bastino solamente criteri minimi di accreditamento per poter istituire un nuovo ateneo, ma sia necessario un periodo definito nelle norme di consolidamento prima di attribuire la qualifica di università a qualsiasi nuova iniziativa. Sul piano della docenza ritengo che la suddivisione dei saperi e delle discipline collegata ai settori scientifici disciplinari (Ssd) ed alle loro declaratorie sia in larga misura superata. Per avvicinarci ad un sistema internazionale si poterebbero rivitalizzare le tre grandi macro-aree proposte dal Cun (simili alle aree Erc, ma che ricomprendano le 14 aree Cun), a cui affiancare i Ssd con le declaratorie eleminate e sostituite da un numero definito di parole chiave per ogni Ssd (il Cun ne ha già prodotto una lista esaustiva). Queste parole chiave non dovrebbero essere univoche, cioè proprietà di un unico settore, ma libere in omaggio alla multidisciplinarietà alla inter e trans settorialità della scienza. Potremmo stabilire la lista per ogni Ssd con la rispettiva comunità e decidere che se due settori hanno più del 50% di parole chiave identiche potrebbero essere considerati affini, ai fini didattic,i e se hanno più dell’70% in comune potrebbe proporsi la loro fusione. Altro tema, dopo la revisione dell’abilitazione scientifica nazionale per il reclutamento e la progressione di carriera, è indispensabile ripensare il sistema di reclutamento locale o uniformando le regole o, se ciò non sarà possibile, lasciando gli atenei ancora più liberi nel reclutamento con un meccanismo di cooptazione, affiancato da un sistema valutativo ex post estremamente efficiente. Sempre nel libro dei sogni, ritengo che si possa andare verso una unicità della carriera docente con garanzie economiche progressive e con una forte flessibilità di rapporto. Immagino un rapporto a tempo definito che possa ridursi, per un periodo di pochi anni, anche fino ad una retribuzione molto bassa a fronte di un impegno minimo, con precise garanzie reciproche, e che possa consentire a chi sceglie il tempo pieno di avere, al contrario, delle retribuzioni adeguate alle responsabilità e agli obiettivi ed agli standard internazionali di università e ricerca.

Quindi innovazione anche per la ricerca?
A proposito di ricerca, e sempre nell’ambito di una visione innovativa, penso che l’università italiana meriti, assieme agli Epr e agli altri attori, una “cabina di regia” che sappia, da un lato indirizzare la ricerca strategica, e dall’altro investire con un’adeguata percentuale di risorse in ricerca di base, che sappia gestire tutte le regole e opportunità sulla defiscalizzazione e sul crowdfunding, che sappia creare una interconnessione tra ricerca universitaria, impresa, territorio e società civile, che valorizzi le vocazioni dei singoli atenei, senza dimenticare che uno dei compiti dell’università è, comunque, quello di addestrare e formare alla ricerca scientifica e scoprire le vocazioni alla scienza nei più giovani. Una cabina di regia in grado di coordinare i fondi a disposizione dei vari comparti e ministeri, senza togliere la rimpettiva indipendenza, ma distinguendo fra i due settori, entrambi vitali, della ricerca strategica, governata ed indirizzata per lo sviluppo del paese, e della ricerca di base libera, potenzialmente in grado di dare grandi balzi di innovazione.

Una battuta di conclusione?
La politica deve decidere se l’università italiana è uno dei tanti comparti della pubblica amministrazione o delle infrastrutture dello Stato, su cui fare tagli o dedicare risorse con il contagocce per finanziare altro di più strategico e quindi deve essere considerata nella lista dei costi, o se è una parte vitale ed inalienabile del sistema Paese, anzi direi del cuore dello Stato, che rappresenta, quindi, un investimento continuo per i giovani e per il futuro su cui basare il proprio sviluppo economico, sociale, civile e democratico.


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