Pubblica e privata

Start up a crescita record: in Italia sono quasi 7mila

di Marzio Bartoloni

Il boom delle start up in Italia non si ferma, ormai sono quasi 7mila, oltre il doppio rispetto a due anni fa. Complice del fenomeno una normativa all’avanguardia, fatta di sburocratizzazione e incentivi fiscali sempre più aggressivi. Ma a oltre 4 anni dallo startup act - introdotto nel 2012 e aggiornato poi con nuove misure -  la finanza, gli investitori istituzionali, le grandi imprese e anche le Pa non sembrano essersi accorte di questo fenomeno imprenditoriale: poco ancora il capitale di rischio investito nelle startup. Gli investimenti sono ancora molto “family&friends” (il 70%) nonostante i bonus fiscali sempre più forti. E non è solo un problema di venture capital che in Italia resta molto basso (solo 217 milioni gli investimenti in Vc nel 2016, contro i 3,2 miliardi del Regno Unito), quanto di una difficoltà a trovare mercato e una domanda, ad esempio tra le imprese. A rendere poco attraenti molte di queste aziende innovative è il basso fatturato: meno della metà è intorno ai 30mila euro, solo 300 start up fatturano più di 500mila euro con un capitale complessivo che in media è di 52mila euro.

Luci e ombre sul pianeta start up arrivano dalla Relazione annuale 2016 sullo stato d'attuazione e sull’impatto delle policymesso a punto dal ministero dello Sviluppo economico e presentata ieri a Roma nella sede dell’acceleratore Luiss EnLabs in collaborazione con LVenture.

Al 31 dicembre 2016 sono 6.745 le startup innovative iscritte al Registro, con una crescita senza sosta:  +12% in sei mesi, +31% in un anno e ben 112% in più in due anni. Guardando alla distribuzione sul territorio, emerge il primato del Nord-Ovest (30,7%), con la Lombardia in testa tra le Regioni (22,5%) e Milano prima tra le province (15%). Lo 0,42% delle società di capitali italiane, spiega il rapporto, è una startup innovativa, ma in alcuni settori queste rappresentano una quota molto più elevata: il 25,6% tra quelle di ricerca e sviluppo, l'8% nella produzione di software e lo 0,6% nel manifatturiero. In ogni caso, gran parte delle startup (75%) opera nei servizi, mentre il 18% è attiva nell'industria.

Anche per quanto riguarda la forza lavoro viene tracciato un quadro di piena salute: tra soci e dipendenti il totale è di poco meno di 35mila persone (+44% in un anno), di questi la maggioranza (25622) sono soci.

Dalla relazione emerge anche che le startup sono “dure a morire” con un tasso di sopravvivenza a 3 anni del 95,1% Sembra funzionare poi la leva finanziare del Fondo di garanzia il cui accesso per le startup è gratuito: in 1117 ne hanno fatto ricorso per un valore complessivo di credito mobilitato di 357 milioni. Resta invece molto circoscritta la platea di chi investe nelle startup: si tratta soprattutto di persone fisiche vicine allo startupper, anche se il 31% ha almeno una persona giuridica come socio.

«Si è partiti nel 2012 con il decreto crescita poi, nel 2015 con l’investment compact e nell’ultima legge di bilancio c’è stato un rafforzamento degli incentivi agli investimenti in equity», ha spiegato ieri Stefano Firpo, dg per la politica industriale del Mise. Che sottolinea come se da una parte «l’ecosistema delle startup sta diventando sempre più visibile grazie a questi strumenti che vengono utilizzati in modo importante dall’altro restano troppi colli di bottiglia nell’accesso al mercato; credo ci sia ancora un problema di domanda di innovazione». Per Luigi Capello, fondatore di Luiss Enlabs e ad di LVenture, «bisogna far in modo che anche le Pa acquistino servizi dalle startup per farle crescere e che si incentivino le acquisizioni da parte delle imprese».


© RIPRODUZIONE RISERVATA