Studenti e ricercatori

Più che un’altra sperimentazione, serve un piano di sviluppo del terziario professionale

di Gianni Bocchieri

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Introdotte dal provvedimento di «Autovalutazione, valutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari» sottoscritto dal ministro dell’Istruzione nell’ultimo giorno del suo mandato, le c.d. lauree professionalizzanti potranno ora essere sperimentate anche nel nostro sistema universitario, senza una riforma dell'ordinamento (art. 8 DM 987 del 12 dicembre 2016).

Le nuove regole
Secondo le indicazioni ministeriali, ciascun Ateneo potrà attivare al massimo un corso di laurea per anno accademico e solo dopo aver sottoscritto una convenzione con imprese qualificate o loro associazioni od ordini professionali, che dovranno assicurare la realizzazione di almeno 50 crediti formativi universitari (pari a circa 1.250 ore) e non più di 60 (circa 1.500 ore) in tirocinio curriculare. Nati dall’esigenza di prevedere corsi di studio direttamente riconducibili alle esigenze del mercato del lavoro, i nuovi percorsi professionalizzanti dovrebbero rappresentare il naturale sbocco dei diplomati tecnici, che proseguono gli studi con l'iscrizione all'università.

Allo stesso tempo, questa tipologia di percorsi potrebbe modificare le modalità di accesso ad alcune professioni, come ad esempio quella del perito tecnico e di geometra, per le quali a livello europeo è richiesto il titolo di laurea, nonostante la normativa nazionale preveda ancora in molti casi l'abilitazione professionale attraverso il diploma di scuola secondaria superiore. Non a caso, sembra che le prime sperimentazioni saranno avviate proprio in convenzione con i periti tecnici.

Il ruolo delle università
In un momento di costante riduzione delle immatricolazioni, non stupisce quindi che le Università abbiano colto l'occasione di ampliare la loro offerta formativa verso una platea che potrebbe attrarre circa 8mila studenti. Tuttavia, più che una sperimentazione non programmata di percorsi di laurea professionalizzante sarebbe stato utile provvedere ad un programma di sviluppo di tutto il segmento terziario professionalizzante, a partire dal consolidamento della positiva esperienza degli Istituti Tecnici superiori (ITS) avviata nel 2008.

Il nodo del rilancio degli Its
Infatti, con un gap di circa 10 punti di giovani con titolo di studio di livello terziario rispetto ai Paesi Ocse, l'offerta formativa deve arricchirsi con percorsi professionalizzanti post diploma in una logica di sistema e con adeguati investimenti. Invece, il rischio è che l’avvio della sperimentazione possa comportare una concorrenza non virtuosa tra Università e Its al di fuori di un percorso di sviluppo organico. Preoccupazione aggravata anche dalla mancanza di indicazioni in merito alla necessità di non duplicare i percorsi sullo stesso territorio e di evitare il coinvolgimento delle stesse imprese una volta come componenti della Fondazione Its e l'altra in convenzione con le Università.
Fissato l'ambizioso risultato di almeno l'80% di sbocchi occupazionali entro un anno dal conseguimento del titolo di studio, corrispondente alla quota che attualmente raggiungono gli Its, al termine della sperimentazione occorrerà valutare se il sistema universitario, così come strutturato, in assenza di quella necessaria flessibilità che viene riconosciuta agli Istituti universitari di tecnologia francesi, saprà rispondere alle esigenze di professionalità del mondo del lavoro. In altri termini, andrà valutato se le attuali rigidità del sistema, come quelle dell’articolazione oraria o delle norme sul reclutamento del personale docente, riusciranno a garantire un’effettiva differenziazione rispetto ai percorsi accademici tradizionali, che avrebbero potuto già aprirsi alle imprese e alla ricerca applicata, attraverso l'apprendistato di alta formazione e ricerca che consente di conseguire i titoli universitari attraverso un contratto di lavoro caratterizzato da un'elevata componente formativa in azienda.
Quale che sia il modello che potrebbe emergere dalla sperimentazione, sembra ancora lontano l'obiettivo di un sistema di istruzione terziaria sul modello delle Fachhochschulen (le università delle scienze applicate) tedesche in cui si laurea circa il 40% degli studenti con competenze ad alto contenuto tecnologico.


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