Studenti e ricercatori

Anche in Italia l’ora del «diversity management»

di M. Per.

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Diversity management, questo sconosciuto. In Italia, secondo una ricerca della Sda Bocconi che risale al 2014 su un campione di 150 aziende rappresentative delle imprese italiane con più di 250 dipendenti, la «gestione della diversità» è adottata soltanto dal 20,7% del mondo produttivo. In Germania, tanto per fare un esempio a noi vicino, è al 39,4 per cento. Non solo: nella gran parte dei casi in Italia il diversity management si trasforma in gender management, orientato cioè all’attenzione al genere femminile. Poche o nulle le aziende che si preoccupano delle diversità etnico-culturali o di quelle legate all’orientamento sessuale. All’analisi critica delle esperienze condotte nel nostro Paese e alle strategie per promuovere l’investimento sul diversity management – sempre più cruciale come leva di business - è dedicato un workshop interdisciplinare che si terrà domani a Pisa, presso la Scuola Superiore Sant’Anna, promosso da CrossThink-Lab, un think tank frutto della cooperazione tra l'Istituto Dirpolis della Scuola e l’advisory firm Trim2, nato lo scorso maggio per creare un luogo di confronto tra accademia, imprese e finanza. Con due “teste”, a Firenze e a Pisa.

Lo sguardo triplo sulle differenze
Tre le prospettive con cui si guarda al diversity management, che corrispondono ai tre panel in cui è organizzata la giornata di studio. Il primo è dedicato alla cornice teorica, dai presupposti filosofici (affidati ad Anna Loretoni, della Scuola Superiore Sant’Anna) alle declinazioni in senso più strettamente manageriale, che saranno approfondite da Simona Cuomo della Sda Bocconi. Anna Triandafyllidou dello European University Institute racconterà invece la sfida delle diversità culturali. Il secondo panel si immerge nella realtà imprenditoriale e finanziaria, in quelle rare esperienze di eccellenza che costellano il territorio: dall’approccio nel pianeta cooperativo alla conciliazione sperimentata dall'azienda dei servizi sanitari di Trento, da L’Oréal ad Accenture, da Axa a Egon Zehnder. Qui lo sguardo è duplice: quello delle risorse umane e quello del marketing. «L'obiettivo – chiarisce la think tank manager Alessia Belli, della Scuola Sant'Anna – è rendere l'idea della complessità e capire quali sono le resistenze della cultura manageriale». Atto terzo del workshop la tavola rotonda conclusiva, aperta agli studenti e a discussant qualificati tra cui Marco Frey, della Scuola Sant'Anna (presidente della Fondazione Global Compact Italia, organismo Onu, e di Cittadinanzattiva), Raffaella Lorenzut di Bracco-Confindustria, Letizia Radoni di Bankitalia e Linda Laura Sabbadini dell’Istat.

Verso un documento programmatico
Agli interlocutori istituzionali e non che parteciperanno alla discussione finale è affidato un compito concreto: elaborare un documento programmatico di indirizzo, capace di orientare la sfera delle politiche. «Per noi – spiega Lorenzo Betti di Trim2 – è fondamentale inaugurare questo percorso di “seminazioni”: abbiamo pensato CrossThink-Lab proprio per creare un contenitore dove l'accademia potesse incontrarsi con l'industria e la finanza. Da ogni dibattito che organizzeremo, a partire da quello di domani sul diversity management, vogliamo che escano raccomandazioni che cercheremo di disseminare». Certa delle potenzialità del think tank è Anna Loretoni, docente di filosofia politica al Sant’Anna: «La Scuola ha una grande tradizione di rapporto con il mondo dell'impresa, a partire dagli ingegneri robotici. Ma anche per noi filosofi è importante poter interfacciare la teoria con l’approccio alla complessità della società e alle sfide del presente. Ragionare sul diversity management significa ragionare sulla necessità di uno spazio pubblico inclusivo in grado di non marginalizzare le differenze. È un grande tema della filosofia politica e della realtà. E l’immigrazione oggi è un grandissimo tema anche per le aziende».


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