Pubblica e privata

La ricerca «nascosta» delle Pmi

di Carmine Fotina

Poco innovatori o, forse, semplicemente “incompresi”. Per la ricerca italiana sembra avvicinarsi l’ora del responso definitivo, perché il nuovo credito d’imposta potrebbe spazzare via gli alibi e cementare con le cifre quello che da anni si sospetta: probabilmente le statistiche internazionali sottostimano il volume della nostra attività di R&S dal momento che le piccole e medie imprese non trovano conveniente contabilizzare come investimento l’attività pur svolta nel corso dell’anno. Secondo questa teoria, negli anni un fiume di investimenti effettuati e riscontrabili nei processi o nei prodotti finali sarebbe rimasto sommerso, conteggiato come spesa corrente in assenza di un incentivo fiscale realmente allettante sul modello di quelli varati nei principali Paesi concorrenti.

La manovra attualmente all’esame del Parlamento prevede per il credito d’imposta per investimenti in R&S, operativo dal luglio 2015, il raddoppio del beneficio (dal 25% al 50%), anche per le spese intra muros, quelle effettuate all’interno dell’azienda, e anche per tutto il personale addetto alla ricerca, tecnici compresi. Contemporaneamente, il tetto del credito d’imposta annuo sale da 5 a 20 milioni. Se fino a oggi non ha fatto la differenza, ora il “bonus ricerca” forse può facilitare un cambio di passo.

L’Istat stima che la spesa per R&S in rapporto al Pil sia passata nel 2014 (ultimo dato di rilevazione acquisita) all’1,38% rispetto all’1,31% del 2013. Un progresso quasi impercettibile, ed è comunque utopia pensare che di questo passo l’Italia raggiunga il target dell’1,75% prefissato per il 2020. Il contributo del settore privato (imprese e istituzioni non profit) alla spesa totale effettuata è salito in un anno dal 57,7% al 58,3% e le imprese, da sole, hanno incrementato la loro quota dal 54,7 al 55,4 per cento. Ma quando ci paragoniamo alle economie concorrenti, restiamo quelli dell’ultimo banco. I dati elaborati dall’Airi (l’associazione per la ricerca industriale) dovrebbero ferirci nell’orgoglio: il Regno Unito è al 64%, la Francia è quasi al 65%, la Germania al 67%, Israele addirittura all’84 per cento. Ed è davanti a questo divario che ci si interroga.

La prevalenza di piccole e medie imprese nel sistema industriale italiano fa salire rispetto a sistemi stranieri la quota di aziende che conducono la ricerca in modo informale, contabilizzando ad esempio come spese correnti le assunzioni di personale addetto alla ricerca, come osservato in uno studio da Michele Tiraboschi. Più in generale, tradizionalmente le politiche pubbliche di sostegno alla R&S privata si sono concentrate sugli investimenti diretti, in conto capitale e finanziamento agevolato, con rare incursioni nelle agevolazioni fiscali automatiche. Quando queste sono state varate, in passato, qualcosa si è mosso. Nel 2007, primo anno in cui fu accordato un credito d’imposta abbastanza robusto, l’Istat registrò un aumento della spesa delle imprese del 15% annuo e osservò di conseguenza che «il diffuso utilizzo di tali sgravi fiscali e la relativa contabilizzazione (anche a fini statistici) di spese per R&S non considerate negli anni precedenti» avevano «evidentemente influito».

Quel credito d’imposta, va detto, era conteggiato sul totale degli investimenti effettuati e non solo, come fa invece l’attuale agevolazione, sugli incrementi. Ma il governo, nell’ambito del piano Industria 4.0, si attende comunque una risposta forte da parte delle imprese che, se concretizzata, cambierebbe le carte anche nei confronti internazionali. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2014 le imprese italiane hanno investito per la ricerca e sviluppa interna 12,3 miliardi e quasi il doppio (23,2) se si aggiunge l’innovazione quindi anche la spesa per macchinari, attrezzature, software. Secondo gli obiettivi del governo il nuovo credito d’imposta, abbinato ad altre misure di Industria 4.0, potrebbe far emergere e in parte attivare ex novo fino a 11,3 miliardi di investimenti in R&S e innovazione tra il 2017 e il 2020, in media 2,8 miliardi annui che significherebbero un incremento del 12% rispetto ai livelli attuali. Potrebbe essere questa la misura reale della capacità di investire del nostro settore privato.

Forse per ora è giusto parlare di un’ambizione, perché troppe sono le variabili, anche legate al ciclo macroeconomico e alla congiuntura internazionale, che possono influenzare la risposta delle imprese. Di certo, anche centrare parzialmente l’obiettivo sposterebbe qualche decimale nelle statistiche che ci mettono sempre tra gli ultimi della classe.


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