Studenti e ricercatori

Italia in coda nella classifica delle università migliori per trovare lavoro

di Giuliana Licini

Gli Stati Uniti sono il Paese che sforna i laureati che si inseriscono più facilmente nel mondo del lavoro, davanti alla Germania e al Regno Unito. E’ il risultato della “Global university employability survey” pubblicata dal Times higher education. Sui 13 Paesi presi in considerazione l’Italia è penultima, davanti al solo Brasile, preceduta anche dalla Spagna (11esima), da Singapore, dalla Svizzera, dall’India (ottava) e dalla Francia (sesta).

La classifica
La classifica degli atenei migliori per trovare lavoro è capeggiata dal California Institute of Technology, davanti a Mit, Harvard, Cambridge, Stanford, Yale, Oxford e - prima delle europee continentali - la Technical University di Monaco di Baviera. Chiudono il top 10 Princeton e l’Università di Tokyo. Tre le università italiane sui 150 atenei presi in considerazione: la Bocconi (78esima), il Politecnico di Milano (106esimo) e la Normale di Pisa (137esima). Ma cosa rende un’università migliore per ’l’occupabilità’ dei suoi laureati? Wolfgang Herrmann, presidente della Technical University di Monaco sottolinea che il successo in materia è legato dalla profonda relazione tra l’ateneo e l’industria bavarese. I docenti della Tum lavorano anche con Bmw, Siemens e Lindner e questo dà agli studenti una visione immediata del mondo del lavoro. Anche il California Tech, il Mit e Stanford sono noti per le loro strette connessioni con l’industria e il mondo imprenditoriale. Secondo la maggior parte dei datori di lavoro sono l’esperienza professionale e l’alto livello di specializzazione i fattori che rendono più facile l’assunzione di un neolaureato, mentre conterebbe poco la provenienza da un ateneo prestigioso. La classifica, tuttavia, sembra smentire l’affermazione, vista la presenza nelle prime posizioni di tutte quelle che sono considerate le migliori università del pianeta. Il paradosso è che mentre le aziende, in linea di principio riconoscono, che la laurea di un’università al top non è necessariamente indicativa del fatto che il laureato abbia le competenze richieste, molti datori di lavoro finiscono per basarsi sulla fama o il ranking di un’università come primo criterio quando deve scegliere tra un ampio numero di candidati. Una spiegazione viene dalla sempre maggiore mobilità degli studenti. Nel mondo ci sono ora più di 5 milioni di studenti internazionali contro solo 2 milioni nel 2000.

Valore aggiunto
Quando un datore di lavoro riceve una candidatura, risulta sempre più importante per uno studente ambizioso poter esibire una laurea da un’università che ha un “brand”. Nelle parole di Laurent Du Pasquier, uno dei responsabili di Emerging, la società francese che ha condotto il sondaggio, «gli studenti diventano globali, per loro la laurea è un brand, un passaporto globale da poter usare per tutta la vita, che permette di lavorare in tutto il mondo e per aziende di ogni nazionalità». Resta il fatto - come aggiunge Shelagh Green, direttore del “careers service” dell’Università di Edimburgo - alcune organizzazioni «hanno un’opinione negativa delle università di élite» e proprio per questo non assumono i loro laureati. In conclusione, per le aziende è importante che i neo-laureati abbiano oltre a competenze specifiche, la capacità di adattarsi, di essere innovativi e di applicare le conoscenze apprese con flessibilità. E per valutare se un potenziale candidato, oltre alla credenziali accademiche ha queste capacità, per oltre la metà dei datori di lavoro interpellata la strada da percorrere è quella degli “stage”.


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