Pianeta atenei

Dico sì perché è un piano per accrescere la competitività del sistema

di Luigi Guiso

I provvedimenti del governo a sostegno della ricerca e dell’università hanno, con mia sorpresa, suscitato molte reazioni polemiche. Credo che la ragione principale sia un difetto di comunicazione e di condivisione con l’opinione pubblica della natura, dello scopo e della coerenza reciproca dei vari interventi. Infatti, le misure decise nella legge di bilancio lasciano intravvedere, per una volta, un disegno articolato e un obiettivo: accrescere la capacità competitiva del sistema accademico italiano. E stento a credere, data l’evidenza sul non-lusinghiero collocamento del sistema universitario nazionale in Europa e nel mondo, che questa non sia una necessità condivisa dalla gran parte degli osservatori e dei colleghi accademici.

Con questo intento il governo ha deciso un insieme di misure che si propongono di: a) rendere le università italiane più attraenti per i talenti, italiani e stranieri, usando strumenti sia di incentivazione fiscale e monetaria sia di flessibilità e sburocratizzazione; b) dare una opportunità di crescita e ristrutturazione a strutture interne alle università – i singoli dipartimenti - che hanno la voglia e il potenziale per competere con le migliori realtà di ricerca internazionali; c) allocare un minimo di risorse ai ricercatori con maggior potenziale, per evitare che la loro attività sia compromessa dalla carenza totale di fondi. Le misure del primo tipo – quelle annunciate per prime e che hanno originato maggiori polemiche – sono costituite principalmente dalle cosiddette cattedre Natta – in memoria del premio Nobel per la chimica Giulio Natta - a ricordare che chi se le aggiudica deve possedere notevoli qualità. Sono 500 cattedre divise tra le varie discipline secondo criteri dello European Research Council.

I vincitori verranno indicati da commissioni presiedute da ricercatori di fama internazionale, per garantire che la scelta rifletta davvero il merito. I professori Natta percepiranno salari comparabili con quelli prevalenti sul mercato internazionale, e lo Stato concederà un sostanzioso sconto sull’Irpef per quattro anni. Le università dovranno competere per aggiudicarseli, offrendo condizioni vantaggiose. Attenzione al merito e concorrenza: difficile sostenere che il Paese non ne abbia bisogno. In parallelo il governo alloca 20 milioni di euro per attrarre in Italia i vincitori di finanziamenti Erc – ricercatori di valore che si sono aggiudicati fondi europei per la ricerca. Ma i soldi, seppure importanti, non sono l’unico fattore che attrae i cervelli. Le condizioni di lavoro, la qualità e la reputazione dell’istituzione che li ospita, e soprattutto la qualità dei colleghi e collaboratori, sono altrettanto e spesso più importanti. Perché anche il miglior ricercatore sa che quello che produce dipende parecchio dalla qualità dei colleghi con cui interagisce e dagli stimoli che provengono dall’istituto in cui lavora. La seconda misura del governo accoglie questa idea. Fornisce mezzi finanziari (270 milioni) direttamente ai 180 migliori dipartimenti universitari (su 800), scelti tra quelli che hanno più potenziale di crescita e che presentano un valido programma di ristrutturazione/riorganizzazione/sviluppo; viene data loro libertà nell’uso dei fondi, in modo che possano governare il programma ed essere quindi responsabili del suo successo o fallimento. Come con le cattedre, c’è selezione e concorrenza, perché è da questo processo che può scaturire il miglioramento e quindi la nascita di un ambiente di lavoro che possa catalizzare l’interesse dei talenti accademici.

È un insieme di misure che ha una logica: usa strumenti, finanziari e non, per attrarre i singoli talenti, rafforzando al tempo stesso gli istituti che li accoglieranno. È la soluzione ultima dei problemi dell’accademia italiana? No. Ma va nella giusta direzione. Si riuscirà a implementarle? Lo spero. I pareri del Consiglio di Stato, densi di obiezioni di forma e che possono, se seguiti, compromettere la sostanza fanno sorgere un dubbio.


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