Pianeta atenei

Dico no perché è un modello dal sapore di centralismo autoritario

di Alfonso Celotto

L’autonomia universitaria costituisce un fattore cruciale per il buon funzionamento della democrazia, non solo per il suo sviluppo economico, ma anche per lo sviluppo pluralistico di idee, visioni, scuole, iniziative.

Invece, in queste settimane stiamo assistendo a un tentativo clamoroso di commissariamento governativo degli atenei. Tutto nasce con la legge di stabilità per il 2016 che ha previsto una forma di reclutamento speciale per professori: 500 cattedre speciali, intitolate al premio Nobel Giulio Natta. L’idea poteva anche essere suggestiva, ma se ne sta facendo una applicazione del tutto illegittima e irragionevole. La legge ha creato in buona sostanza una corsia preferenziale per professori che non solo seguono un percorso diverso dal normale concorso, ma che guadagneranno di più dei colleghi e potranno scegliersi la sede di insegnamento. Il percorso, inoltre, non è riservato solo a studiosi che lavorino all’estero (una specie ulteriore di rientro dei cervelli), ma anche a docenti italiani già in servizio. Quindi, paradossalmente, non serve solo per reclutare nuove eccellenze, ma anche per rendere “eccellenti” professori già in servizio. Palese sarà la discriminazione di trattamento, in quanto si creano super-professori che acquisiscono uno status diverso dai professori comuni, a fianco dei quali dovrebbero lavorare.

Ma le perplessità si sono di molto accresciute con la predisposizione dei decreti attuativi. Innanzitutto per la modalità di formazione delle Commissioni. Per tutta la storia repubblicana si è sempre garantita la piena autonomia universitaria, garantendo i principi di cui all’articolo 33 della Costituzione: le commissioni giudicatrici vengono formate da professori della materia, individuati mediante elezione da parte dei colleghi oppure con sorteggio.

Ora invece si propone un modello dal forte sapore di centralismo autoritario messo in dubbio anche dal Consiglio di Stato. Presidenti di commissione scelti con un decreto del presidente del Consiglio che a loro volta individuano due altri «studiosi di elevata qualificazione scientifica e professionale» con cui integrare la Commissione. Un segno di sfiducia clamoroso verso la autonomia universitaria.

Sappiamo che una società liberale necessita di un’università libera: invece l’imposizione di commissari “governativi” trasmette il messaggio che questa libertà può essere vincolata dalle preferenze di chi è al potere in quel momento. Un messaggio tipico dei regimi illiberali, purtroppo noto anche a fasi precedenti della storia italiana.

C’è poi la questione della ripartizione dei 500 super-posti. In Italia i docenti universitari sono 50mila e sono divisi in 190 settori scientifico-disciplinari. Cioè raggruppamenti di materie che vanno, alfabeticamente, da Algebra a Zoologia. Le cattedre Natta non sarebbero direttamente assegnate ai settori, ma ripartite sulla base dei 25 European Research Council (Erc). Si tratta di un criterio di ripartizione improprio – come confermato dal Consiglio di Stato – perché sono settori pensati per il finanziamento della ricerca e non certo per il reclutamento.

La verità è che, così applicate, le cattedre Natta finiscono per essere un ulteriore fardello per l’Università, comportando privilegi, dissidi e polemiche. Eppure ce ne sono di cose che si potrebbero fare per la nostra Università, con una riforma seria e razionale. Troppi atenei, troppi corsi di laurea, la mancanza di percorsi realmente professionalizzanti, una disciplina sull’accesso degli studenti lacunosa e frammentata, la scarsità di risorse per i progetti di ricerca e per i dottorati, poca meritocrazia, la conservazione del feticcio del valore legale del titolo, un sistema di reclutamento farraginoso. Tutti punti da affrontare con urgenza: perché, invece, aggiungere ulteriori dissidi a un quadro già così difficile?

* Alfonso Celotto è ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Roma Tre
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