Studenti e ricercatori

La cattedra non è per giovani: solo 36 professori in Italia hanno meno di 40 anni

di Marzio Bartoloni

S
2
4Contenuto esclusivo S24

Il conto più salato dei tagli quasi decennali all’università lo pagano ancora una volta i più giovani che vedono come un miraggio l’approdo alla cattedra. Che in Italia è sempre più off limits per chi ha meno di 40 anni. Nel nostro Paese si contano soltanto due professori ordinari con meno di 35 anni, mentre sono in tutto 34 quelli tra i 36 e i 40 anni. In pratica sono solo 36 i prof under40 su un totale di 12878 docenti di prima fascia. Va un po’ meglio tra gli associati dove gli under 40 sono 1488 su un totale di 20.043 docenti di seconda fascia. E tra i ricercatori a tempo indeterminato: qui gli under40 sono 3.032 su un totale di 17.433 studiosi. Numeri sconfortanti che mostrano un declino inarrestabile iniziato nel 2008 - quando sono cominciati i tagli al Ffo - e che colpisce tutte e tre le categorie, come dimostrano i dati appena elaborati dalla Fondazione Crui e da Here (Higher education research).

I numeri di un tracollo
Sono i giovani i più colpiti dai tagli che hanno tolto dal 2009 in poi quasi un miliardo al Fondo di finanziamento ordinario delle università. Lo evidenzia una ricerca di Crui e Here - l’istituto di ricerca dedicato allo studio dei sistemi, delle istituzioni e dei processi di istruzione superiore - che mostra anche come fra il 2008 e il 2015 tutto il personale scientifico (tra ordinari, associati e ricercatori) delle università è calato di 12.000 unità, a causa in particolare delle restrizioni del turnover. L’effetto più devastante riguarda però l’accesso alla cattedra per i più giovani. Secondo i numeri elaborati sui dati Miur e Cineca tutto il personale dell’università - tra prof e ricercatori - sotto i 40 anni è diminuito del 63,4% (passando dai 62.768 del 2008 ai 50.354 del 2015). Per gli ordinari il calo è stato addirittura dell’84% (da 18.929 a 12.878) . Meno 71% infine per i ricercatori (da 25.583 a 17.433). Perfino i professori associati - complessivamente aumentati del 10% circa grazie al Piano nazionale - al di sotto dei 40 anni sono comunque diminuiti quasi dell’8 per cento (complessivamente sono cresciuti da 18.256 a 20.043) .

Le possibili ricette
«La demografia e i tagli sono “scienze quasi esatte”, cioè si potrebbe dire “tutto come previsto”», avverte Stefano Paleari docente di analisi dei servizi finanziari e coordinatore scientifico di «Here». Che aggiunge:  «I dati non mentono e quelli sul dimagrimento e l'invecchiamento del corpo docente sono decisamente spietati. Forse non vi era coscienza di una dinamica così violenta e veloce. Il Governo sta correndo ai ripari e molti segnali positivi sono presenti nella legge di stabilità ma oggi - spiega Paleari - la questione dovrebbe varcare i confini governativi ed assumere il connotato di questione nazionale». Da dove partire per dare ancora una speranza a questa “generazione perduta”? «Il confronto con gli altri Paesi ci dice due cose: c’è un problema di risorse e un problema di tempi di ingresso nel sistema. Sulle risorse - aggiunge Paleari - avverto una positiva consapevolezza, sui tempi serve un'iniziativa che preveda il riordino delle carriere dei ricercatori: dottorato, assegni di ricerca, posti di ricercatore di un tipo e dell’altro». Per il docente dell’università di Bergamo occorre semplificare e ridurre i tempi d'ingresso su standard internazionali: «Dopo il dottorato entro 3 anni occorre sapere se si è dentro o si è fuori. Così - conclude Paleari - i meritevoli possono entrare entro i 30 anni e diventare professori entro 35-40. Quando dico che ai miei tempi era così, non parlo di 50 ma di 20 anni fa. E ora, con i sistemi di valutazione e premialità si possono evitare le derive del passato».


© RIPRODUZIONE RISERVATA