Studenti e ricercatori

Premio Aspen, prima edizione all’epidemiologia computazionale

di Marzio Bartoloni

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La ricerca moderna non può più essere rinchiusa. Né in confini fisici - quello di un solo Paese - né in compartimenti scientifici. La scienza oggi è specializzata, interdisciplinare e fa collaborare cervelli di ogni nazionalità con team che mettono insieme le migliori competenze di ogni settore. Solo così si possono affrontare sfide enormi come i cambiamenti di clima, le missioni spaziali o le incredibili promesse della biomedicina. Ne è un esempio la prima edizione del premio Aspen Institute Italia per la collaborazione e la ricerca scientifica tra Italia e Stati Uniti consegnato ieri a Roma a 10 ricercatori di cinque organizzazioni scientifiche, due italiane e tre statunitensi (Fondazioni Bruno Kessler di Trento e Isi di Torino, le università Usa Northeastern di Boston e della Florida e il centro di ricerca sul cancro Fred Hutchinson di Seattle).

Una ricerca di epidemiologia computazionale - che mette insieme discipline svariate come medicina, big data, matematica, sociologia - pubblicata nel 2015 che ha creato un modello previsionale di trasmissione del virus Ebola sulla base dei movimenti degli abitanti della Liberia (infetti e non) durante l’epidemia del 2014. Modello utilissimo che come un sistema di previsioni meteo può seguire la traiettoria di altre epidemie e la sua possibile diffusione all’interno di un Paese o anche oltre i confini. La cerimonia di questo primo premio - il bando per quello del 2017 è già stato pubblicato (per partecipare c’è tempo fino al 15 gennaio) - si è svolta dopo un dibattito moderato da Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia dei Lincei sul futuro della ricerca con gli interventi dei ministri della Salute e della Ricerca Beatrice Lorenzin e Stefania Giannini, di Kelly Degnan, vice capo missione dell’ambasciata Usa in Italia, e Lucio Stanca, vice presidente dell’Aspen Institute Italia che con il presidente Giulio Tremonti faceva parte della giuria assieme al professor Luciano Maiani, ordinario di Fisica teorica alla Sapienza di Roma.

Un dibattito dal quale è emerso con forza questo cambio di pelle della ricerca scientifica che ha le sue nuove stelle polari nella specializzazione e nella convergenza tra più discipline. «È sempre più necessaria specializzazione sia in ampiezza, aumentando sempre più l'interdisciplinarietà delle ricerche, sia in verticale, con formazione altamente specializzata», ha spiegato il ministro Giannini. Che indica il progetto Human Technopole a Milano come un buon esempio in questo senso visto che «non si sostituisce al mondo scientifico» ma fa convergere in «luogo fisico» le competenze di diverse settori (dai Big data alla genomica fino all’Ict) creando «un ecosistema» fertile per l’innovazione. Il ministro della Salute Lorenzin ha evocato invece l’avvento di un «Rinascimento della ricerca biomedica che procede a una velocità elevatissima», citando esempi concreti come l’arrivo dei primo farmaco digitale approvato dalla Fda americana - una medicina “device” che una volta ingerita rilascia farmaci e allo stesso tempo invia ai medici una serie di parametri sul suo funzionamento - o la progettazione dei primi vaccini anti influenzali modellati al Pc. «Ovviamente tutto questo apre tanti altri problemi, tra questi la necessità di cambiare i modelli organizzativi alla stessa velocità», ha aggiunto Lorenzin per la quale l’Italia ha tutte le carte a posto per ospitare l’Agenzia europea per il farmaco, l’Ema, che dopo la Brexit dovrà trovare una nuova sede. E Milano sarebbe la città ideale perché compatibile dal punto di vista geografico, scientifico e di ricerca visto che sorgerà qui appunto lo Human Technopole. «Non è casuale - ha aggiunto il ministro - che sia stata scelta Milano quale sede del G7 Salute, con tematica centrale l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute umana e animale. E l’ispirazione per questo tema è venuta dall’epidemia di Zika». Un’epidemia che come Ebola - al centro della ricerca premiata da Aspen - o altre minacce sanitarie «non possono essere affrontate da un solo Paese», ha sottolineato Degnan, vice capo missione dell’ambasciata Usa in Italia. Che cita il progetto premiato ieri come un «esempio di come funziona bene la collaborazione internazionale, e in particolare quella tra Italia e Usa che ha una lunga tradizione di iniziative congiunte».


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