Studenti e ricercatori

Illegittima la revoca della laurea se l’università non si è accorta della non validità del diploma

di Andrea Alberto Moramarco

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L’università non può annullare l’immatricolazione e tutta la carriera universitaria di uno studente se si accorge troppo tardi che il titolo di studio autodichiarato ed utile per l’accesso ai corsi universitari - a sua insaputa - non è valido. Ad affermarlo è il Consiglio di Stato con la sentenza 3787/2016 che ha reso giustizia ad un laureato cui l’università aveva revocato la laurea dopo essersi tardivamente accorta dell’invalidità del suo diploma di maturità.

Il caso
La peculiare vicenda ha visto come sfortunato ed involontario protagonista un ragazzo che per sette anni aveva frequentato la facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli studi di Milano, laureandosi nel 2013 ed ottenendo così il titolo di dottore in giurisprudenza. Dopo circa dieci mesi, accadeva però che l’Ateneo meneghino, a seguito di una verifica fatta sull’autodichiarazione prodotta in sede di immatricolazione, si accorgeva che in realtà l’ex studente non aveva validamente conseguito il diploma di istruzione secondaria di secondo grado: il liceo privato presso cui il ragazzo aveva conseguito la maturità classica non esisteva, o meglio, pur non essendo riconosciuto dallo Stato, veniva spacciato per scuola parificata. Di qui, da una parte, la vicenda penale che ha visto l’ex studente riconosciuto come vittima, insieme ad altri numerosi ragazzi, dei reati di truffa e di falso in atto pubblico; dall’altra parte, la decisione dell’Ateneo, vista l’assenza di un valido titolo di accesso agli studi universitari, di provvedere a revocare l’immatricolazione dello studente e tutti gli atti della sua carriera universitaria, ivi compreso il titolo finale.

La decisione
La questione arriva così all’attenzione dei giudici amministrativi che in primo grado confermano la bontà della scelta dell’Università, ma in appello si esprimono in favore del laureato. Per il Consiglio di Stato, dal quadro fattuale della vicenda emerge che il ragazzo era totalmente ignaro della non validità del suo titolo di studio, anzi, al contrario, è chiaro che lo stesso è stato una «vittima inconsapevole di reati consumati ai suoi danni». Di conseguenza, mancando l’elemento soggettivo della falsità della autodichiarazione, viene meno il presupposto per l’emanazione dell’atto in autotutela adottato dall’Università.
Inoltre, per i giudici di Palazzo Spada, al medesimo risultato si giunge anche considerando i normali presupposti in presenza dei quali, ai sensi dell’articolo 21-nonies della legge 241/1990 (legge sul procedimento amministrativo), si può procedere all’annullamento d’ufficio di un provvedimento, ovvero ragioni di interesse pubblico, termine ragionevole ed interessi dei destinatari e dei controinteressati. Ebbene, il Collegio sottolinea che, nel caso di specie, il provvedimento dell’Ateneo milanese «non contiene alcuna specifica motivazione volta ad evidenziare la comparazione effettuata tra, da un lato le ragioni di interesse pubblico sottese all’annullamento della carriera universitaria, e, dall’altro, l’affidamento maturato in capo all’interessato». L’Ateneo avrebbe dovuto, piuttosto, valutare il carattere incolpevole dell’affidamento riposto dal ricorrente nella sussistenza del titolo di studio per accedere al corso di laurea, e poi, comunque, tener conto sia del notevole tempo trascorso rispetto alla data dell’immatricolazione, sia della particolare incidenza sulla situazione di vita, personale e professionale del ricorrente, derivante dall’annullamento dell’intera carriera universitaria dopo un così consistente lasso di tempo dalla data dell’immatricolazione».


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