Pubblica e privata

Verso la chiusura la sede Ingv dell’Aquila

di Mariano Maugeri

Mancano meno di 80 giorni alla smobilitazione della sede Ingv dell’Aquila. Non ci sono più soldi e stavolta non c’è nessuno che picchi i pugni sul tavolo come accadde all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009, quando si prese atto che la regione Abruzzo e quelle confinanti (Marche, Umbria, Lazio e Molise) sono avvolte da una rete di 12 faglie capaci di generare terremoti di potenza superiore ai 6.5 di magnitudo della scala Richter. Una bomba innescata, se si tiene conto che sia l’Aquila nel 2009 (6.3) sia Amatrice nel 2016 (6.0) non hanno mai superato la soglia minima.

Fu l’allora presidente dell’Ingv, Enzo Boschi, a individuare la sede nel cuore del centro storico dell’Aquila con un atto d’imperio. Racconta: «M’impuntai perché era ovvio che dopo il terremoto del 6 aprile non c’erano più attenuanti: il sottosuolo di quest’area andava indagato con sistematicità». I quattrini arrivano da un accordo tra il Miur e l’Ingv. E prevedono un’autonomia quinquennale, con scadenza dunque al 31 dicembre 2015, poi prorogata di un anno. A capo della struttura che coordinava una trentina di esperti, la maggioranza dei quali con contratto a tempo determinato, viene nominato il sismologo Fabrizio Galadini.

Dopo la partnership con il Ministero della Ricerca scientifica, servirebbe una convenzione tra Ingv e Regione Abruzzo. A parole tutti d’accordo. Galadini tra una ricognizione e l’altra sul campo per studiare le faglie abruzzesi (quella di Amatrice nasce nella frazione di Preda e arriva fino alla valle del Vomano, 20 chilometri più a nord, a cavallo tra Lazio e Abruzzo) cerca di sensibilizzare uno a uno tutti i big regionali, dal presidente Luciano D’Alfonso al suo vice aquilano Giovanni Lolli, ex deputato del Pd nonché sodale della triade politica (la senatrice Stefania Pezzopane e il sindaco Massimo Cialente) che da oltre una decina di anni tiene in pugno le sorti dell’Aquila. Niente da fare. A parole dicono che la struttura sia fondamentale, ma poi nessuno, tantomeno l’assessore regionale al Bilancio, Silvio Paolucci, s’impegna per tradurre in denari sonanti l’impegno sottoscritto.

Galadini la interpreta così: «Evidentemente la difesa dei terremoti non è una priorità politica». Eppure D’Alfonso, Lolli & Co dovrebbe sapere che la struttura dell’Ingv oltre che del monitoraggio sismico si occupa dello studio delle faglie attive, quella sporca dozzina che ha seminato morte e terrore (compreso il terremoto di Avezzano del 1915, magnitudo 7.0 e 30mila morti) e soprattutto la risposta dei terreni alle sollecitazioni sismiche, la cosiddetta microzonazione in corso dal 2010 su 2 mila Comuni italiani. Un lavoro che l’Aquila svolge anche per l’Umbria e le Marche, con il sostegno e il raddoppio di marcature dell’Ingv romano.

I ricercatori non sono rimasti ad aspettare la morte per inedia. E parecchi di loro hanno preferito migrare all’estero o in altre parti d’Italia dove la ricerca sismologica e l’esperienza sul campo valgono di più che all’Aquila. Galadini non molla: «Io non smetterò di lottare, questa struttura è insostituibile». E, per rinfrescare la memoria dei politici aquilani, cita tra le dodici faglie abruzzesi pure quella di Campotosto, che passa a poco più di trecento metri dalla diga del Rio Fucino, uno dei tre invasi del lago di Campotosto (dieci chilometri da Amatrice e 48 dall’Aquila), il secondo bacino artificiale più grande d’Europa nella zona più sismica del vecchio Continente.


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