Studenti e ricercatori

Meno burocrazia e più autonomia per i “manager”: così l’università può diventare «4.0»

di Cristiano Nicoletti*

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Il convegno 2016 dei giorni scorsi a Monopoli del Codau è stata ancora una volta una preziosa occasione per un confronto a tutto campo sul contributo che il sistema universitario può offrire a tutto il Paese. Tre giorni di dibattito tra direttori generali e dirigenti, rettori, aziende e organizzazioni per lo sviluppo degli spin off, oltre all’agenzia per la valutazione della ricerca, hanno messo in luce che: Non è solo una questione di finanziamento.

È crescente e sempre più urgente la necessità che il Governo, a partire dall'autonomia costituzionalmente garantita, approvi norme e regole che consentano al sistema universitario di offrire un contributo pieno allo sviluppo del Paese in un momento particolare, culturalmente ed economicamente critico, nel rispetto del controllo della spesa e promuovendo i valori della trasparenza. Le università hanno subìto un taglio di risorse di oltre il 10% negli ultimi anni, in controtendenza rispetto agli altri Paesi con cui sono chiamate a competere. Hanno saputo comunque “fare di più con meno” continuando ad innovare e rispettando tutte le regole anche quelle confezionate per altri sistemi pubblici e imposte al sistema universitario senza interpretarne le peculiarità. Si sono impegnate senza titubanze in un profondo processo di cambiamento avviato con la Legge 240 che ha accentuato i rapporti verso le imprese, le relazioni internazionali e gli stakeholders, la qualità della didattica e della formazione tanto da richiedere, per riuscire, una diminuzione di burocrazia garantendo trasparenza e controllo.

L’Università pubblica ha una mission molto diversa dal resto della pubblica amministrazione. Deve vivere nel mondo e per il mondo, adeguando di continuo e rapidamente le proprie scelte: questo richiedono la ricerca e la formazione!!!
Non è un caso l’adozione della contabilità economico-patrimoniale e dei bilanci unici che gli atenei hanno saputo tenere in equilibrio, così come non è stato un caso la precisa individuazione delle responsabilità apicali del rettore e del direttore generale con maggiori ricadute sul controllo di tutta la gestione. L’università è oggi valutata a tutti gli effetti, dalla ricerca alla didattica e alla gestione, facendo ormai dipendere buona parte del proprio finanziamento da queste valutazioni, attraverso l’applicazione del costo standard e della quota premiale. Negli altri sistemi pubblici questo scenario è fantascienza!
Questa radicale trasformazione del sistema che ha avuto eguali solo nella sanità, non è stata però accompagnata, contrariamente alla sanità, da una attenzione normativa complessivamente adeguata.

Le università devono essere messe in grado di fare il proprio lavoro a partire dal riconoscimento strategico che possono avere per la crescita del Paese; per esempio devono poter scegliere le migliori risorse umane ma il nuovo disegno di riordino della dirigenza pubblica sottrae agli atenei la possibilità di selezione della propria dirigenza nonostante l’eccezione si sia potuta fare per la sanità che ha seguìto un analogo processo di riorganizzazione e per la scuola che è nello stesso comparto dell’università.
Gli atenei sono costretti a focalizzare il tempo e le competenze del proprio management per adempimenti e non per creare valore, per corrispondere a norme che
le obbligano a ridurre specifiche voci di costo in modo lineare, anche a fronte di bilanci sani, piuttosto che a competere nello scenario mondo per aumentare la propria attrattività internazionale. Nonostante tutto questo gli atenei italiani continuano a competere efficacemente a livello internazionale.

Oltre al reclutamento delle risorse umane occorre consentire meccanismi di incentivazione del personale e del management in grado di stimolare un’azione virtuosa e proattiva per il raggiungimento degli obiettivi strategici degli atenei. I fondi di contrattazione devono consentire flessibilità, garantendo il controllo della spesa pubblica. Possiamo dire che le nostre università hanno raccolto la sfida posta da un Paese in crisi e sono pronte ad offrire il loro contributo allo sviluppo della nostra economia ancora ai blocchi di partenza, ma non è detto che riescano nell'intento di aiutare una traiettoria di crescita nella logica del 4.0.: devono essere messe in grado di esprimere l’autonomia costituzionalmente riconosciuta.
Non possiamo rimanere a metà del guado: dopo la Legge 240 c’è assoluto bisogno di mettere al centro tutta la complessa regolamentazione che toglie respiro agli atenei. Stare fermi ora significa solo aver sprecato risorse e una grande occasione.

* Presidente del Convegno dei direttori generali delle amministrazioni universitarie


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