Pianeta atenei

PoliHub va al raddoppio con start-up e laboratori

di Luca Orlando

«Ogni mese esaminiamo 5-6 domande, ma è chiaro che dobbiamo essere selettivi». Per Stefano Mainetti, consigliere delegato di Polihub, questa è ormai una necessità anche in termini di spazio.

Con l’inaugurazione di altri tre piani, prevista per fine mese, l’incubatore della Fondazione Politecnico di Milano si avvicina ormai al “tutto esaurito”: i 1300 metri quadri inizialmente occupati sono diventati complessivamente più di 4mila, grazie all’inserimento progressivo di progetti e nuove start-up. Ma non solo.

«Un fenomeno che fa molto piacere osservare - spiega Mainetti - è lo sviluppo dimensionale delle realtà già inserite qui: crescono, hanno bisogno di spazio, iniziamo a considerarle aziende di “distretto”».

L’obiettivo finale è in effetti questo, creare una comunità di imprese hi-tech che possa utilizzare l’incubatore come elemento di accompagnamento e accelerazione del proprio percorso di crescita, un luogo in cui trovare gli ingredienti necessari allo sviluppo: contatti, idee, conoscenza, capitali. Come accaduto di recente ad un progetto legato alla mobilità ferroviaria “green”, premiato da Bruxelles con 2,3 milioni di euro di fondi Horizon.

«L’idea è decollata mettendo attorno ad un tavolo docenti del Politecnico di varie materie. Servivano esperti di energia, meccanica, chimica. Ecco il grande valore della multidisciplinarietà, uno dei punti di forza della nostra struttura».

All’interno di Polihub, che ospita anche un laboratorio di neuromarketing, vi sono 69 soggetti, in varie fasi di sviluppo: 17 progetti in cerca di finanziamenti, 35 start-up già in possesso dei primi fondi e in qualche caso già presenti sul mercato, 17 aziende strutturate, alcune delle quali già in una fase di generazione di cassa positiva, tra cui un system integrator di informatica che occupa un intero piano dell’edificio.

«Le definiamo aziende del distretto - aggiunge Mainetti -, realtà che scelgono di spostarsi qui perché considerano valida la nostra proposta. Lo schema è quello dell’innovazione “aperta”: se in passato si tendeva a sostenere soprattutto l’iniziativa dei docenti del Politecnico, ora si lavora a 360 gradi, fornendo anche servizi di tutor e mentorship. Ci sono sostegni per l’accesso ai bandi e anche servizi consulenziali ad hoc, grazie ad un accordo triennale che abbiamo chiuso con Deloitte».

Tra gli incubatori universitari Polihub si posiziona al quinto posto al mondo e al secondo in Europa, ospitando al proprio interno spin-off e aziende di settori diversi: dall’ict all’aerospazio, dalle rinnovabili alla manifattura additiva. «Il digitale “puro” è naturalmente presente - spiega Mainetti- ma io vedo grandi spazi anche per una via italiana all’hi-tech, dove svolgono un ruolo rilevante il design o la manifattura. Abbiamo ad esempio uno spin-off che ha brevettato un processo per depurare l’acqua inquinata da idrocarburi attraverso magneti. Con la nostra rete di contatti abbiamo identificato una Pmi in grado di produrre vasche di test e ora questa idea può già passare alla fase successiva, un prototipo da presentare al mercato».

Tra i progetti futuri, oltre alla saturazione degli spazi (nell’edificio restano solo 400 metri quadri), vi è anche l’attivazione di un percorso internazionale in Cina, una “call” fino al 15 ottobre per selezionare i migliori progetti destinati ad idee imprenditoriali da sviluppare nel colosso asiatico.


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